Traversata invernale del Gruppo Brenta 2007
La neve scricchiola sotto i piedi
(di DIego Giovannini)
La neve scricchiola sotto i piedi, dura e stridente. Solo la luce dei nostri frontalini illumina il cammino, un buio profondo e lontano. Le parole sono poche, ognuno è preso coi propri pensieri, mentre in basso le luci dei paesi ci rimandano a case calde e confortevoli, con la televisione che trasmetterà qualche bel reality. Il nostro è iniziato alle 22.00, quando con una stretta di mano ed un “in bocca all’orso”, i nostri amici ci hanno salutato. I viaggi iniziano sempre con una stretta di mano, un bacio, a volte ed un augurio. Il viaggio è un moto circolare, si parte sempre per poi ritornare. Si lasciano le sicurezze, le certezze e le comodità per inoltrarsi in qualche cosa di sconosciuto, incerto ma con fascino incredibile. I viaggi servono a riempire l’anima di conoscenza, a riscoprire se stessi….
La neve non è così alta come l’anno scorso, ma sotto il Sasso Rosso arriva ugualmente alla vita. Omar chiede timidamente se il posto può essere pericoloso, ma l’unica risposta è il fruscio delle gambe che tracciano a mezza costa nella neve alta. Ci si alterna in testa, la via corre lungo le creste aeree ma il vuoto è nascosto da questo nero profondo che precipita fino a valle. Quattro puntini luminosi che viaggiano sul filo del cielo, in fila indiana, ordinati come soldatini, una piccolissima costellazione che si mischia ad un cielo stellato e limpido. E bello viaggiare di notte, le montagne sono solo ombre, profili, manca la tridimensionalità delle cose. I suoni sono amplificati,il respiro è assordante, come il rumore del sasso che precipita lungo il canalone o l’alito del vento che ti arriva in faccia appena girato lo spigolo. Non siamo legati, la corda rimane piegata in bell’ordine nello zaino, ma il legame che ci unisce è molto più forte ed intenso di qualsiasi corda. Siamo tutti ben consapevoli dei pericoli e dei rischi a cui andiamo incontro e nessuno si tira indietro quando è il suo momento di passare in testa. Non ci sono “più bravi o più forti” tra di noi, siamo quattro amici uniti in un viaggio, dove la vera forza è la consapevolezza dei propri limiti. Le ore passano veloci ed i chilometri scorrono sotto i nostri piedi. Le cime si susseguono una dopo l’altra, in un balletto di difficoltà e bellezza. Queste montagne possiamo solo vederle con gli occhi del ricordo dell’anno scorso, quando le creste affilate ci si paravano davanti. Ora le percepiamo sotto i nostri ramponi, le sentiamo ripide e pericolose, ma il faro illumina solo un profilo bianco coi bordi neri che arrivano fino ai paesi lontani. Sono oramai sette ore che marciamo, il sonno e la stanchezza incominciano a farsi sentire. Ognuno di noi sogna un letto caldo ma la realtà è questo vento freddo che si intrufola sotto la giacca ed un orizzonte sempre nero. La luna, un piccolissimo spicchio di luce ha fatto capolino da dietro cima Grostè. Perfino lei sembra dormire, adagiata com’è sul fondo della sua rotondità. Un piattone di pasta, alle sette di mattina da Egidio al rifugio Graffer, è quanto di più buono mi sia capitato di mangiare. Fuori è ancora buio ma lo strudel fa bella mostra di se,caldo, sulla tavola mentre le gambe possono finalmente tirare il fiato. Le spalle ringraziano, lo zaino se ne sta quieto ai piedi del tavolo gonfio di vestiario ,viveri, liquidi ed attrezzatura.
E’ duro rimettersi in moto, lo stomaco pieno e le gambe dure come legno non invitano a farlo. Il sole ha iniziato ad illuminare le cime più alte, lentamente, come un pittore ha steso pennellate di luce, prima timidamente poi via via sempre più decise e lunghe. Il Sasso Rosso ora è lontanissimo mentre da cima Grostè osserviamo il percorso notturno. La luce ci da nuove energie, la magia del mattino ci incita a proseguire, le parole volano, chi ride, chi scherza, chi canta, un viaggiare nuovo lungo le ardite cenge del Benini. Ogni spigolo ci riserva una sorpresa, uno sguardo nuovo o un pendio difficile ma l’entusiasmo è alle stelle. Si prosegue riempiendoci lo sguardo di scorci sconosciuti con gli scarponi pieni di neve ed i ramponi che grattano sulla roccia dura. La Bocca di Tuckett, lo scivolo di Cima Brenta è di un verde desolante, un colore sicuramente più appropriato per qualche spiaggia del Carribe che per una parete nord d’inverno. Costeggiamo questo mare tropicale innalzandoci verso la Cengia Garbari, le scale di ferro tintinnano al ritmo dei nostri ramponi, mentre le mani si attaccano al freddo del ferro. Il bianco dei monti alti si innalza da valli grigie e secche, dove le nebbie e lo smog padroneggiano indisturbati. I cordini sommersi della ferrata ci obbligano ad un proseguire guardingo, questa neve-farina ci tiene col fiato sospeso mentre attraversiamo le cenge che rispetto all’estate si sono fatte tutte inclinate, un angolo acuto girato verso il vuoto.
L’Alimonta sonnecchia laggiù, godendosi gli ultimi raggi di sole, mentre noi scendiamo l’ultimo canale. Sono passate oramai diciotto ore e ogni muscolo, dal più grande al più piccolo, gridano il loro disappunto. Una coperta umida ed una minestra liofilizzata è quanto di meglio possiamo permetterci. L’acqua per dissetarci non è mai abbastanza ed il fornelletto fa del suo meglio per sciogliere la neve. Credo che siano scese prima le nostre palpebre che le tenebre, ognuno si è addormentato sognando cenge innevate, mani fredde e ramponi che non tenevano.
E’ la sveglia di Omar a tirarci giù dal letto, i buoni propositi di partire alle sette sono volati come i nostri sogni. Le ore otto ci sorprendono a piazzarci le caispole per salire alla Bocca D’Armi. Un po di nubi sono aggrappate lontane, al Carè Alto ed alla Presanella mentre ad est il cielo è limpido. Il nostro umore è quello dei giorni di festa, quello del vestito buono, della spensieratezza e del divertimento. Il Campanil Basso non smetterà mai di affascinarmi, anche ora, mentre appare dietro lo spigolo, coi miei compagni sullo sfondo a tracciare nella neve fonda. Una silouette grigia immersa in un bianco-blu, dove la neve disegna le cenge e la cima.
La salita a Cima Tosa è forse la più semplice, la neve dura come il cemento facilita le cose e gli zaini ai piedi del Camino ci rendono la vita più semplice. Una carezza alla Madonnina della cima è quanto di meglio possa fare per ringraziare il creatore di tutto ciò. Il suo volto, tormentato dal vento e dalle intemperie, ha perso il naso, ma il suo sguardo non ha perso la magia e la luce di questi luoghi.
Gli zaini ritrovano la loro posizione, le nostre spalle, ed il viaggio continua. L’Ideale, ci porta in prossimità del rifugio Agostini, mentre le lunghe scale della Castiglioni, ci osservano dall’alto. I miei amici hanno intonato la canzone del “vecchio scarpone”. Non so se per disperazione o per energie ritrovate, ma tant’è che le loro gambe si muovono al ritmo di tale canzone. La vista del Dodici Apostoli ci ha riempito gli occhi di quella gioia che solo chi ha condiviso fatiche e pericoli può conoscere. Una gioia fatta di una stretta di mano e di una pacca sulla spalla, con l’ultimo raggio di sole che sparisce dietro la cima e che lascia negli occhi quella luce simile ad una lacrima ma che gli uomini si vergognano a far vedere.
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