...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio
16
aprile 2006 la partenza
E’ arrivato nuovamente il tempo di partire. Come gli uccelli
migratori, sento il richiamo del mettermi in volo. L’aria della
primavera, un misto di inverno che se ne va e di profumi che cercano
la strada per arrivare in superficie, mi spingono a seguire il mio
istinto, a cercare la mia rotta. Il richiamo delle alte cime si fa
man mano più intenso, viscerale, qualcosa di improrogabile.
Ecco allora i bidoni, i mitici “Plastik Box”, in fila
ordinata nel corridoio. Bocche aperte pronte ad ingoiare qualsiasi
cosa, cibo, materiale, elettronica, strette di mano, abbracci e qualche
lacrima Silenziosi compagni di viaggio, fidi scudieri delle mie scorribande,
attenti custodi delle mie cose, attendono solo il coperchio, un indirizzo
graffiato su di loro ed un solido lucchetto per mettersi in viaggio.
Mi aspetta la strada da Rabbi a Cles che non è un grosso problema,
poi l’autostrada con il solito ingorgo della circonvallazione
di Milano. Alla Malpensa tutti in fila, le solite discussioni per
i chili di troppo e gli ultimi abbracci. Infine l’aereo, dove,
stretto come una sardina rinchiuso nella classica scatola di latta,
cercando di attaccare bottone con la hostess per ingannare il tempo,
aspetto di vedere dal mio oblò Kathmandu. Sorrido a tutti questi
disagi, ancora due giorni e finalmente sarò libero: libero
da automobili, code, reality, campagne politiche, clacson e malelingue.
Sarò libero di ascoltarmi, di sentire quello che mi batte veramente
dentro, non solo un cuore che pompa sangue via via sempre più
denso, ma emozioni: nostalgia, paura, tanta serenità e un pizzico
di speranza. Non esiste solo la libertà di pensiero, di culto
e di scrittura, esiste anche la libertà di poter stare con
se stessi, di sentire i veri bisogni primari. In quest’epoca
così frenetica abbiamo perso la capacità di ascoltarci,
ci hanno rubato questo tempo, rifilandoci macchine nuove, vestiti
firmati e cibi precotti.
I giorni prossimi li dividerò con persone che tutto il loro
avere se lo portano addosso, un berretto logoro, una giaccavento,
regalo di precedenti spedizioni, un paio di scarpe di plastica per
i più fortunati, un gerlo sulla schiena e quattro rupie in
tasca. La loro casa è di paglia e fango ma sempre aperta, pronta
ad accogliere chiunque, anche noi ricchi occidentali. Mani consumate
di ragazze, che arredano la loro piccola dimora con fiori freschi
e tengono pulito il fondo di terra battuta della loro dimora, sono
sempre pronte ad offrirti una tazza di thè. I sorrisi, spontanei
e sinceri è merce così rara dalle nostre parti, ti vengono
offerti così, senza chiedere niente in cambio.
Questa volta partiremo in due, due persone che si sono incontrate
in uno sperduto villaggio Nepalese, a cui sono bastati uno sguardo
e due parole per capire che potevano condividere una parte importante
del loro tempo. Un lungo viaggio di due mesi, dove non esistono eroi
o superuomini, ma solo inguaribili sognatori, pronti a legarsi con
una corda, a condividere pericoli, paure e una parte di “aria
sottile”.
Abbiamo chiamato questo nostro progetto “ …un sognare
lungo tre cime” perché sarà un viaggio lungo,
fatto di creste, ripidi pendii e profondi crepacci, ma sarà
pure un lungo sognare. Come dei Don Chisciotte coi propri mulini a
vento, inseguiremo le nuvole. Conquistatori dell’inutile, come
si è definito un grande alpinista d’oltralpe, cercheremo
di riempirci gli occhi di cieli azzurri e venti impetuosi.
Anche quest’anno il giornale l’Adige, col suo direttore
Paolo Grezzi, ha voluto mettermi a disposizione le sue pagine. Sarà
un piccolo portarvi con me, un cercare di condividere con voi il nostro
viaggio.
Diego
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