...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio
Kathmandu 18 aprile 2006
Il silenzio è la prima cosa che colpisce appena messo il piede
fuori dall’aeroporto. Un silenzio che aleggia, quasi irreale
per una città caotica come Kathmandu, regno indiscusso delle
ruote, dei motori e del rumore. Niente suoni ora, solo il fruscio
di migliaia di piedi in lento movimento. Una fiumana di teste, braccia
e gambe che scivolano lente lungo le vie. Come fango avanzano e si
diramano nei tantissimi vicoli laterali, riempiendoli. Per la prima
volta trovo questa città libera dallo smog, dalle auto e dai
clacson, ma l’aria che vi si respira è carica di tensione,
di paura e di attesa.
Il colore dominante ai bordi delle strade, sugli incroci e davanti
ai palazzi pubblici è il celeste maculato. Il colore delle
divise della polizia antisommossa, dei furgoni blindati e degli scudi.
Anche i poliziotti portano i segni degli scontri: occhi bendati, grossi
ematomi e divise strappate. Le facce da duri dei graduati si alternano
a facce spaventate di soldati ragazzini. Le loro teste, protette da
elmi troppo grandi e i loro fisici fragili, vestiti due taglie di
più, con in mano scudi e fucili troppo pesanti per loro danno
l’idea del tipo scontri. I negozi sono quasi tutti chiusi, solo
qualche coraggioso tiene le saracinesche alzate a metà nella
speranza di catturare qualcuno dei rari turisti che gironzolano sconsolati
per le vie del Thamel, ma basta solo un grido in lontananza per vedere
il malcapitato negoziante gettarsi sulla saracinesca e chiudere di
botto il negozio, la paura di vedersi distrutto il tutto è
altissima. Noi, non riusciamo a capire da dove arrivi il pericolo,
se dalla polizia o dai dimostranti.
L’odore che si respirava passeggiando lungo queste vie è
cambiato. Il profumo dell’incenso, delle spezie ed dei fiori
ha lasciato il posto a quello delle montagne di immondizia in lento
ma costante imputridimento. I colori della sera, effetto di migliaia
di insegne colorate, di vetrine aperte e di vociare allegro, sono
mutati. Ora la notte scende veloce lungo le vie, il buio porta con
se il nero e le contrade svaniscono man mano che la notte avanza ed
il parlare si fa sommesso. La musica che usciva a chiodo dai negozi
di dischi è sparita ed alle 20.00 si ferma tutto.
Usciamo poco, non c’è niente da fare o da vedere e così
passiamo gran parte del nostro tempo dormendo. Domani, forse, la nostra
meta sarà Lukla.
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