...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio
21 aprile 2006: finalmente si vola!
È sempre difficile abituarsi ad un abitacolo così piccolo, quindici persone stipate in fila per tre col resto di zero corridoio. Il vassoio con le caramelle “Yeti Air” passa di mano in mano accompagnate dal solito cotone idrofilo per tapparsi le orecchie. Le pale girano a poche decine di centimetri dal mio oblò ed il rumore è infernale. Non bisogna essere troppo schizzinosi quando si sale su questi piccoli aerei, il nuovo è ormai un ricordo antico, ed il cartello “ no smoking” dipinto a mano fa bella mostra di se su una parete scrostata. Sono in prima fila, ad uno zaino di distanza dai piloti. La cintura di sicurezza è solo una proforma visto che non riesco proprio ad agganciarla. Un panello di controllo, con aggiunta di strumenti supplementari, è il mio orizzonte, con le manopole che mostrano il colore di base, consumate come sono dagli innumerevoli utilizzi. Il colore alluminio prevale sul nero, ricordo di fasti antichi. Alcune bottiglie di “mineral water” corrono felici tra le gambe dei piloti mentre l’aereo rulla sulla pista. Ci troviamo librati in aria in un battibaleno, sospinti sempre più su verso un cielo fantasticamente blu. Il volo è tranquillo anche se i piloti cercano disperatamente di ripararsi lo sguardo dal sole dritto negli occhi. Una mano alzata a ripararsi lo sguardo, due scrutatori di orizzonti, più simili a caw boy che a piloti.
Dopo venti minuti ci portiamo a quota 3800m e le montagne sono talmente vicine al fondo della nostra carlinga, che viene d’istinto alzare i piedi. Le cime sono ancora ricoperte di neve, frutto delle nevicate dei giorni scorsi e del caldo lungi a venire. So gia quello che mi aspetta, ma vedere la pista disegnata sul fianco della montagna , mi provoca sempre una stretta allo stomaco. Lunga duecento metri e con un dislivello di sessanta si presenta come un muro verticale d’asfalto, con una enorme macchia nera, residuo di innumerevoli frenate. E’ difficile abituarsi all’idea che la pista copra tutto il tuo orizzonte. Ci avviciniamo e nemmeno si sente toccare terra tant’è dolce la manovra, solo il rumore dei motori che ruggiscono all’incontrario, per frenare la corsa, mi ricordano che sono a terra. Una svolta verso destra in cima alla rampa ed eccoci parcheggiati in un piccolo piazzale, per fortuna piano. Si scende piegati in due per non sbattere la fronte sullo stipite della porta e poi via a ritirare il bagaglio.
Ci
aspetta il nostro cuoco, guida e tutto fare, e ci porta al deposito.
Tre-quattro ore e finalmente si parte. Il gruppo è al completo:
dodici portatori, un cuoco, un ufficiale di collegamento, due alpinisti,
armi e bagagli al seguito. Ci muoviamo in ordine sparso, ognuno segue
il suo passo. Per oggi la meta è Phakding, un piccolo
villaggio a 2700m di quota e a due ore di cammino.
In un grazioso loge troviamo la padrona, “Didi” un’amica
nepalese di Fabio. Non c’è niente da fare, sulla tavola
continuano ad arrivare caffè e thè a volontà
nonostante i nostri “ basta così”. La cena si consuma
rigorosamente assieme, tutti in cucina con “Didi che, prima
ci riempie il bicchiere e poi ci obbliga a svuotarlo del mitico “ciang”,
una birra fermentata a base di riso. La padella che bolle sul fuoco
è sempre piena di questo terribile intruglio e non riusciamo
a capire come faccia a mantenerla tale. Le risate si sprecano mentre
al gruppo si sono unite figlie e zie. E’ormai notte fonda quando
due poveri cristi si ritrovano ad arrancare, a quattro zampe, lungo
i gradini di solido legno che portano al secondo piano, alla ricerca
disperata del letto.
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