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Diego Giovannini

 

...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio

22 aprile 2006: destinazione Namche Bazar

I residui della birra della sera scorsa si fanno ancora sentire. Con la bocca impastata e un equilibrio precario mi tiro fuori dal saccoletto. Il sorriso sornione sulle labbra di “Didi”, appena metto piede dentro la cucina, la sa lunga, sicuramente non siamo stati i primi a passare attraverso i suoi terribili intrugli.

Due uova strapazzate, thè a volontà, ciapati e marmellata e siamo pronti a metterci in cammino. La meta per oggi è Namche Bazar, ottocento metri più in alto e quattro ore distante.

 La giornata è bella ma non troppo calda. La neve è terribilmente vicina per questo periodo e così i venti che scendono dal nord sono freschi. La prima parte del viaggio si srotola tra campi coltivati, dove delle timide piante di patate fanno capolino da un terreno ancora freddo. Il torrente gonfio d’acqua cristallina, ci fa costantemente compagnia. A volte ce lo troviamo sulla destra, altre volte sulla sinistra, a seconda di dove ci porta il sentiero. Dei ponti sospesi, oramai di solidi cordini d’acciaio, ci permettono un comodo traghettare da una sponda all’altra.

 I “tir” che riforniscono l’intera valle del Khumbu, camminano lenti. Carichi all’inverosimile, viaggiano in gruppo e la notte marciano a fari spenti. Alcuni gommati nuovi, altri con battistrada consumatissimo, arrancano lungo gli stetti sentieri ingombri di sassi. Non si fermano difronte a nulla, ne vento, ne pioggia li spaventano. Le piazzole di sosta, moltissime, sono dislocate lungo il percorso e le troviamo comode anche noi, la loro altezza è giusta. La cilindrata di questi tir varia di molto, si va dagli otto ai cinquanta anni e la marca è unica: portatori nepalesi.
Faccio sempre fatica, non riesco ad abituarmi all’idea di quanto peso possano portare questi esseri umani. Infradito nei piedi, un grosso bastone a forma di”T” da infilare sotto il carico per riposare in qualsiasi punto, una gerla, e solo una fascia che passa sopra la fronte. Novanta, cento, fino a centoventi chili, tutti portati con la fronte. Il loro procedere è strano, il busto rimane immobile mentre gli arti inferiori arrancano in un equilibrio perfetto, sembra quasi che la parte superiore e quella inferiore non si parlino. Quello che fa pena però, è vedere i bambini carichi all’inverosimili, le gambe storte, a botte, e la testa incassata. Il loro futuro è questo, più passeranno gli anni e più aumenteranno i carichi….. la paga, da queste parti, va a chilo.

La salita ora si fa più dura, un’infinità di gradini scavati nei fianchi della montagna, ci accompagnano in alto. Il ritmo rallenta per tutti, la fatica e la quota, siamo ormai sui 3400m, si fanno sentire. In lontananza appaiono i primi tetti azzurri, segno che Namche non è lontana.

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