...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio
23 aprile 2006: Pangboche
E’ il sole a svegliarmi questa mattina, dei tiepidi raggi si intrufolano tra le tendine appena socchiuse colpendomi al volto. Non c’è fretta e così mi stiro per bene sotto le coperte, mentre Fabio è gia in moto da un po’. In cucina la colazione fuma gia, ma la faccia del nostro ufficiale di collegamento, che ci raggiunge al tavolo, non è delle più belle. La notte insonne ed il forte mal di testa hanno lasciato il segno: occhiaie profonde e colorito che tende al pallido. Ci annuncia il suo ritiro e così il gruppo cala. Ritornerà a Kathmandu dalla sua famiglia, ma per noi non ci sono problemi, semmai una bocca in meno da sfamare. Foto di rito, scambio di saluti e poi via, noi verso l’alto e lui verso il basso.
La prima parte del percorso è pianeggiante e la nostra prima meta, l’ Ama Dablam, incomincia a farsi vedere. Seppur in lontananza e dannatamente alta e severa. Incappucciata di neve, precipita a valle con le sue affilate creste. Un grande “Cervino” duemilatrecento metri più alto di quello nostrano. Il pensiero che fra un paio di giorni dovremo cimentarci con questa montagna, lascia un’acquolina in bocca e forse qualche notte insonne nei giorni a venire.
È
bello camminare col proprio “sogno” sempre lì,
sullo sfondo. Disegnare con lo sguardo la via di salita, e pensare
a quando saremo lassù a gustarci il mondo dall’alto.
Ogni tanto le nebbie avvolgono la montagna così da renderla
ancora più misteriosa e bella. Abbiamo forzato le tappe, così,
tanto per fare un piccolo allenamento, ma i nostri portatori non sono
in grado di seguire il nostro ritmo e così ci fermeremo un
giorno in più in questo piccolo villaggio ad aspettarli.
Pangboche
è un grazioso gruppo di case a 3901m , come recita preciso
il cartello all’entrata del villaggio, posto alle pendici dell’Ama
Dabla. Un bellissimo balcone sul Lhotse Sar e sull’Everest,
quest’ ultimo in lontananza.
Domani sarà un giorno di riposo nell’attesa di raggiungere
il campo base, 700-800m più su, dove il terreno lascia il posto
alla neve e dove non ci sarà più un fornello acceso
in mezzo alla stanza a riscaldare le fredde serate.
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