...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio
26 aprile 2006: verso il campo1
Questa
notte l’ho passata male. Problemi di stomaco mi hanno costretto
a veloci e frequenti corse fuori dalla tenda. La giacca che non si
infila, i pantaloni ghiacciati, le scarpe da allacciare e la tenda,
che appena la tocchi ti riempie di ghiaccio, mi obbligano a contorsionismi
notturni. Ogni volta che esco l’aria fredda mi investe di colpo,
ma il cielo nero come la pece ricamato da infinite costellazioni,
mi ripaga dei disagi. Indugio fuori ogni volta, per assaporare questi
momenti di silenzio e di tranquillità. Non finisco mai di stupirmi
della bellezza del creato, sostituita ormai da insegne colorate e
finti cieli artificiali.
La voce del cuoco, “brekfast is redy”, mi sveglia, sono
solo le sette , ma l’accordo di ieri sera era per una colazione
di buon ora. Mi trascino fuori dalla tenda nonostante tutto, ma la
giornata che si preannuncia non è delle migliori. I crampi
allo stomaco resistono e le gambe rimangono molli. Gli basta uno sguardo,
a Fabio, per capire che oggi si riposerà, il programma di arrivare
al campo1 per oggi è rimandata.
La colazione va giù che è un piacere, pancake e torta
di mele fanno bella mostra di se in mezzo alla tavola e più
cala la torta, più le mie energie salgono. Una bella tazzona
di thè e sono pronto a mettermi in moto. Fabio fa l’andatura,
su questa traccia bianca, dove la neve scricchiola sotto le suole
dei nostri scarponi, e sembra lamentarsi del brusco risveglio. La
giornata è limpida e il cielo è terso, le cime che ci
circondano svettano regali verso l’alto. Monoliti aguzzi, di
roccia e ghiaccio, di un colore che va dal blu, se in ombra, al rosso
se al sole. Stanno lì, muti ma attenti osservatori della condizione
umana. Raccolgono preghiere, lamenti e gioie, ambizioni e disfatte.
Conoscitori attenti dell’animo umano, detentori della saggezza,
rispettano il nostro vivere, senza interferire.
Saliamo con calma, oggi la fretta non è di casa. Ci fermiamo
a filmare e a fotografare. La tracci fa un giro immenso per arrivare
alla cresta di sud-est. Un semicerchio infinito, bianco, che corre
lungo la cresta di una morena. Le parole non servono, avanziamo in
silenzio, spinti dalla curiosità di ciò che sta oltre
il prossimo dosso. La parete dell’Ama Dablam cambia prospettiva
e quello che prima sembrava difficile, ora si è ammorbidito,
mentre quello che sembrava meno impegnativo si rivela molto più
tosto. Per oggi ci accontentiamo di osservare la parete, siamo saliti
di seicento metri rispetto al campo base e, sdraiati su un sasso,
ci lasciamo trasportare ognuno dai propri pensieri.
La nevicata arriva veloce, in un attimo siamo in mezzo alla tormenta,
ma la cosa non ci preoccupa affatto, ci infiliamo la giaccavento,
e giù, verso una minestra calda
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