...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio
05 maggio 2006: finalmente in vetta all’ Ama Dablam

Oramai le tre creste si stanno unendo, l’inganno perpetrato finora sta per finire. La cima deve essere per forza lì, poche decine di metri avanti a me. Arranco sul filo di questa cresta, i pensieri sono in subbuglio, la stanchezza mi fa fermare per l’ennesima volta ma la mente oramai è lassù, a calcare la cima. Mi volto, Fabio è nascosto dietro lo spigolo, ma sento che è laggiù. Siamo legati da una specie di filo, le stesse fatiche, la stessa tensione. Cerco di trasmettergli che sono in cima, da sotto è un illusione continua, sembra di esserci, ma ecco un nuovo spigolo, una nuova parete e la cosa fa male. Mi abbasso un po, gli vado incontro, voglio gustarmi la vetta assieme a lui, toccare questo nostro sogno assieme, condividere la gioia della vetta. Un abbraccio è quello che riusciamo a scambiarci, per ora basta. Gli occhi sono lucidi e le parole rovinerebbero questo momento magico. Restiamo in silenzio, ognuno coi suoi pensieri. Pensieri che corrono alle persone care, al cuore della montagna, alla bellezza del creato. La montagna si è richiusa di colpo, i primi fiocchi di neve fanno la loro comparsa. Non abbiamo molto tempo da perdere, anche se desidererei rimanere quassù molto di più. Le foto di rito, i filmati commemorativi e poi giù, a capofitto, verso un nulla che ci aspetta. Non si vede niente, scompariamo alla vista uno dall’ altro, ma tranquilli dell’ indipendenza di ognuno. La nevicata si fa intensa, e la discesa continua, una corda doppia dietro all’altra, in un bianco che lascia intravedere solo la punta degli scarponi. Non c’è vento ed il silenzio è immenso. Solo il rumore dei ramponi che fanno presa sul ghiaccio vivo, e la corda che scorre nel discensore, mi riportano alla realtà. Una sensazione stranissima, un viaggio in Val Padana con nebbia fittissima.
E
pensare che la giornata era cominciata nel migliore dei modi, sveglia
a mezzanotte. Il cielo è stellato, non una nuvola disturba
la volta celeste. La torta è gia sulla tavola, una lauta colazione
e poi via, le 12.30 ci vedono in procinto di partire. Quello che abbiamo
messo in cantiere per oggi, è un ennesimo sogno. Nei giorni
scorsi, con Fabio, abbiamo meditato una salita “ non-stop”,praticamente
campo base- cima- campo base senza fermarci. Al campo sono molti gli
scettici, ci guardano ormai come chi la sparata troppo grossa, ma
noi siamo consapevoli delle nostre capacità fisiche e mentali
e questa nostra sfida personale ci affascina. E’ bastato, alcuni
giorni fa, buttarla lì che Fabio, non ci ha pensato due volte
a dirmi di sì.
Il passo è di buona lena, e Fabio si lamenta che vado troppo
veloce, ma ormai conosco bene la bestiolina e so che non mollerà.
Non sprechiamo parole, si cammina alla luce del frontalino, un piccolo
fascio dinanzi a noi, un cono di luce a fendere questa notte nera.
I primi problemi li incontriamo sotto il campo1,
la traccia nella neve è sparita e ci ritroviamo a salire delle
placche lisce persi in un nero senza fondo. Sono le tre, quando finalmente
raggiungiamo le tende del campo1, vuote. Nessuno abita questo
luogo in questo momento, un villaggio di fantasmi. La prima parte
del percorso, fino al campo due, la conosciamo e così, anche
alla sola luce delle frontali riusiamo a proseguire veloci e sicuri.
L’alba ci sorprende sugli ultimi pinnacoli che portano al campo2,
sono le cinque come da tabella di marcia che ci eravamo prefissati.
Tutto il fondovalle è coperto da uno spesso strato di nuvole,
un mare nero che man mano passa al bianco con l’alzarsi del
sole all’orizzonte. Le cime, quelle più alte, sono le
prime ad incendiarsi di un rosso fantastico. C’è da perdersi
in questo stupendo panorama, ma basta una voce di Fabio per farmi
ritornare coi piedi per terra.
Dobbiamo
indossare i ramponi, ora la musica cambia, ghiaccio, roccia
mista a neve è il prossimo programma. Il torrione che ci si
para davanti è dannatamente verticale e smaltato di neve. Esili
corde fisse, vecchie, penzolano con noncuranza. Non è il caso
di fare gli schizzinosi, osservo quella che mi sembra la meno peggio
e incomincio a salire. Non oso guardare sotto, un baratro nero, senza
fondo mi aspetta. È dannatamente faticoso salire, i ramponi
mordono inutilmente la roccia, graffiandola, sono solo le bracci a
tirare lungo questi trecento metri di parete. Ora sono dei canalini
di ghiaccio a prendere il sopravvento, dei corridoi che portano verso
l’alto. Le piccozze fanno bene il loro dovere, e la cresta è
vicina. Passiamo attraverso un buco, naturale, nel ghiaccio e siamo
finalmente sulla lunga cresta che porta verso il campo 3.
Le enormi cornici che sporgono nel vuoto, sono uno spettacolo affascinante,
il vento ha disegnato delle figure stranissime, obbligandoci ad una
progressione fatta di su e giù, di qua e di là. Ancora
un muro di ghiaccio e siamo sul primo seracco.
Sette ore dal campo base, la tabella di marcia è ottima.
Uno spuntino e siamo pronti a rimetterci in marcia. La via si è
fatta ora un lenzuolo grigio –verde. Una parete di ghiaccio
sui 50° è quello che ci aspetta. L’enorme
secondo seracco è lì, sopra di noi, una spada di Damocle
che coi suoi strapiombi sovrasta la prima parte di salita. Saliamo
in punta di piedi, sperando di non svegliarlo, sicuramente a quest’ora
starà dormendo. Alle dieci e venti siamo in cima, nove
ore e cinquanta per salire questi 2400m che ci separavano
dal campo base. Dopo sei ore di nevicata e la stanchezza che arrivava
fino alle orecchie raggiungiamo le nostre tende al campo base. Una
tazza di thè e di infilata nel sacco piuma, tutto il resto
è rinviato a domani.
Invia il tuo saluto a Diego e Fabio!
Accedi al BLOG!
Gli
articoli comparsi sui quotidiani
Leggi gli articoli








