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Diego Giovannini

 

...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio

05 maggio 2006: finalmente in vetta all’ Ama Dablam

Vetta dell'Ama Dablam

Oramai le tre creste si stanno unendo, l’inganno perpetrato finora sta per finire. La cima deve essere per forza lì, poche decine di metri avanti a me. Arranco sul filo di questa cresta, i pensieri sono in subbuglio, la stanchezza mi fa fermare per l’ennesima volta ma la mente oramai è lassù, a calcare la cima. Mi volto, Fabio è nascosto dietro lo spigolo, ma sento che è laggiù. Siamo legati da una specie di filo, le stesse fatiche, la stessa tensione. Cerco di trasmettergli che sono in cima, da sotto è un illusione continua, sembra di esserci, ma ecco un nuovo spigolo, una nuova parete e la cosa fa male. Mi abbasso un po, gli vado incontro, voglio gustarmi la vetta assieme a lui, toccare questo nostro sogno assieme, condividere la gioia della vetta. Un abbraccio è quello che riusciamo a scambiarci, per ora basta. Gli occhi sono lucidi e le parole rovinerebbero questo momento magico. Restiamo in silenzio, ognuno coi suoi pensieri. Pensieri che corrono alle persone care, al cuore della montagna, alla bellezza del creato. La montagna si è richiusa di colpo, i primi fiocchi di neve fanno la loro comparsa. Non abbiamo molto tempo da perdere, anche se desidererei rimanere quassù molto di più. Le foto di rito, i filmati commemorativi e poi giù, a capofitto, verso un nulla che ci aspetta. Non si vede niente, scompariamo alla vista uno dall’ altro, ma tranquilli dell’ indipendenza di ognuno. La nevicata si fa intensa, e la discesa continua, una corda doppia dietro all’altra, in un bianco che lascia intravedere solo la punta degli scarponi. Non c’è vento ed il silenzio è immenso. Solo il rumore dei ramponi che fanno presa sul ghiaccio vivo, e la corda che scorre nel discensore, mi riportano alla realtà. Una sensazione stranissima, un viaggio in Val Padana con nebbia fittissima.

Sguardo dall'altoE pensare che la giornata era cominciata nel migliore dei modi, sveglia a mezzanotte. Il cielo è stellato, non una nuvola disturba la volta celeste. La torta è gia sulla tavola, una lauta colazione e poi via, le 12.30 ci vedono in procinto di partire. Quello che abbiamo messo in cantiere per oggi, è un ennesimo sogno. Nei giorni scorsi, con Fabio, abbiamo meditato una salita “ non-stop”,praticamente campo base- cima- campo base senza fermarci. Al campo sono molti gli scettici, ci guardano ormai come chi la sparata troppo grossa, ma noi siamo consapevoli delle nostre capacità fisiche e mentali e questa nostra sfida personale ci affascina. E’ bastato, alcuni giorni fa, buttarla lì che Fabio, non ci ha pensato due volte a dirmi di sì.
Il passo è di buona lena, e Fabio si lamenta che vado troppo veloce, ma ormai conosco bene la bestiolina e so che non mollerà. Non sprechiamo parole, si cammina alla luce del frontalino, un piccolo fascio dinanzi a noi, un cono di luce a fendere questa notte nera. I primi problemi li incontriamo sotto il campo1, la traccia nella neve è sparita e ci ritroviamo a salire delle placche lisce persi in un nero senza fondo. Sono le tre, quando finalmente raggiungiamo le tende del campo1, vuote. Nessuno abita questo luogo in questo momento, un villaggio di fantasmi. La prima parte del percorso, fino al campo due, la conosciamo e così, anche alla sola luce delle frontali riusiamo a proseguire veloci e sicuri. L’alba ci sorprende sugli ultimi pinnacoli che portano al campo2, sono le cinque come da tabella di marcia che ci eravamo prefissati. Tutto il fondovalle è coperto da uno spesso strato di nuvole, un mare nero che man mano passa al bianco con l’alzarsi del sole all’orizzonte. Le cime, quelle più alte, sono le prime ad incendiarsi di un rosso fantastico. C’è da perdersi in questo stupendo panorama, ma basta una voce di Fabio per farmi ritornare coi piedi per terra.

via della salitaDobbiamo indossare i ramponi, ora la musica cambia, ghiaccio, roccia mista a neve è il prossimo programma. Il torrione che ci si para davanti è dannatamente verticale e smaltato di neve. Esili corde fisse, vecchie, penzolano con noncuranza. Non è il caso di fare gli schizzinosi, osservo quella che mi sembra la meno peggio e incomincio a salire. Non oso guardare sotto, un baratro nero, senza fondo mi aspetta. È dannatamente faticoso salire, i ramponi mordono inutilmente la roccia, graffiandola, sono solo le bracci a tirare lungo questi trecento metri di parete. Ora sono dei canalini di ghiaccio a prendere il sopravvento, dei corridoi che portano verso l’alto. Le piccozze fanno bene il loro dovere, e la cresta è vicina. Passiamo attraverso un buco, naturale, nel ghiaccio e siamo finalmente sulla lunga cresta che porta verso il campo 3. Le enormi cornici che sporgono nel vuoto, sono uno spettacolo affascinante, il vento ha disegnato delle figure stranissime, obbligandoci ad una progressione fatta di su e giù, di qua e di là. Ancora un muro di ghiaccio e siamo sul primo seracco.

Sette ore dal campo base, la tabella di marcia è ottima. Uno spuntino e siamo pronti a rimetterci in marcia. La via si è fatta ora un lenzuolo grigio –verde. Una parete di ghiaccio sui 50° è quello che ci aspetta. L’enorme secondo seracco è lì, sopra di noi, una spada di Damocle che coi suoi strapiombi sovrasta la prima parte di salita. Saliamo in punta di piedi, sperando di non svegliarlo, sicuramente a quest’ora starà dormendo. Alle dieci e venti siamo in cima, nove ore e cinquanta per salire questi 2400m che ci separavano dal campo base. Dopo sei ore di nevicata e la stanchezza che arrivava fino alle orecchie raggiungiamo le nostre tende al campo base. Una tazza di thè e di infilata nel sacco piuma, tutto il resto è rinviato a domani.

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