...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio
08 maggio 2006: Lobuche
Le sue mani snocciolano il rosario lentamente, sono nere, bruciate
dal sole di queste quote. Assorto nelle sue preghiere non si è
accorto della nostra presenza. Il suono del mantra che recita, si
confonde col rumore del vento. Un misto di spiritualità e natura,
un connubio di suoni e speranza, che corrono lungo un filo di perle
nere, consumate ormai dal grande uso. Un volto tirato, dove la pelle
assomiglia al cuoi vecchio, scura, un pizzetto bizzarro, tendente
al grigio, e due baffi, dello stesso colore, completano un volto saggio.
Lo osservo in silenzio, in controluce, stagliato contro il profilo
delle grandi montagne. Chissà quante cose i suoi occhi, neri
come l’ebano, avranno visto. Sicuramente generazioni di alpinisti,
che hanno fatto la storia di queste montagne. Carovane di Yak e portatori
che hanno trasportato fin quassù di tutto, dalle migliaia di
tonnellate di cibo e attrezzatura dei primi esploratori, fino alla
Coca Cola e al water dei tempi nostri. È un volto che trasmette
pace, di quella pace di chi sa di aver vissuto bene, in pace con se
stesso e con gli altri. Un volto che racchiude la saggezza del tempo
e dei fatti.
Finalmente si desta dai suoi pensieri e ci interroga. Da dove veniamo,
cosa facciamo e, quando scopre che siamo alpinisti, parte in quarta
coi suoi ricordi di sherpa. Spedizione cinese del 62 allo Jannu, indiana
all’Everest del 65, e via dicendo. I suoi ricordi sono chiari,
nitidi, nonostante l’età. Si entusiasma nel racconto,
si sofferma sui particolari, sembra quasi gli avesse vissuti ieri.
Come sempre, verso mezzogiorno, il cielo sé fatto nero. I primi
fiocchi di neve scendono, si abbassano dalle cime delle montagne,
per arrivare fino a noi. Non resta che ritirarci all’interno
del lodge per continuare la chiacchierata. È il grande vecchio
della casa, dentro sono i suoi figli a condurre la “baracca”.
Ha il suo posto d’onore all’ interno della stanza, un
posticino riservato vicino alla cucina. Chiama in rassegna tutto lo
staff per presentare i suoi “ colleghi” alpinisti e festeggia
l’incontro offrendoci il thè sherpa, un misto di thè
nero e latte di yak.
L’idea che ci siamo fatti, è quella del grande saggio,
un misto di esperienza, di spiritualità e di conoscenza.
Si affacciano alla porta, tre graziose ragazze tedesche, in cerca
di acqua calda per la doccia. Immaginatevi il nostro stupore quando,
il “ nonno”, nel suo stentato inglese, si è offerto
di lavar loro la schiena. I suoi occhi si sono illuminati di un nero
scintillante ed i suoi baffi hanno incominciato a tremare. La saggezza
sarà sen altro anche questo, ma ora che osservo bene gli abitanti
di questo piccolo villaggio, la somiglianza col nonno è davvero
impressionante. Mi convinco sempre più che il “saggio”,
oltre che aver salito montagne, deve aver scalato, nei suoi lunghi
anni, anche molte “sherpani”( ragazze sherpa). E, a quanto
pare, il vizio non deve averlo perso.
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