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Diego Giovannini

 

...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio

14 maggio 2006: E’ arrivato il vento

panorama circostante

Si è alzato in sordina, leggero, una piccola brezza. L’ho lasciato così, ieri sera, mentre chiudevo la tenda mensa per rifugiarmi nel tepore del mio sacco letto. Leggeri fiocchi di neve turbinavano nell’aria, facendo fronte comune davanti al cono di luce del mio frontalino. Velocissimi esseri ghiacciati, sgaiattolavano davanti al faro, impossessandosi della mia luce e restituendomi tracce luminose, che correvano in tutte le direzioni. Stelle filanti in miniatura, che morivano appena più in la, spente dalla notte nera.
Come un fiume in piena, che ha raccolto in sé la forza di tutti: torrenti, rivi, rigagnoli che sono confluiti in esso, così il nostro vento si è ingrossato. A confluito in sé la forza delle brezze che scendevano placide dai versanti delle montagne, a richiamato le correnti d’aria che tranquille avvolgevano le bianche cime, a incastrato i solitari mulinelli di vento che giocavano placidi con la sabbia, ha costretto l’aria calda ad unirsi a lui. Ora il vento è diventato grosso, un treno in corsa , lanciato a folle velocità, lungo il fondo di questa bellissima valle. Lo senti arrivare da lontano, un rombo simile al tuono, che man mano che si avvicina aumenta la sua intensità. Sbatte sui fianchi della montagna, si intrufola tra gli enormi sassi arrivandoti addosso con un colpo tremendo. La tenda si piega, si abbassa nel tentativo disperato di sfuggire a questa immensa forza. La mano del vento è potentissima. Ti schiaccia, ma si intrufola anche sotto, ti senti sollevato, la stessa sensazione di stare su un letto ad acqua. La tenda sfrutta la sua elasticità per sopravvive. Ancorata alla terra tramite sottili cordini, che vibrano alla tensione emettendo un suono stridulo come di chi sta soffrendo, spera di sopravvive al colpo. La folata passa, ora si accanisce contro la tenda di Fabio, poi la sento allontanarsi indispettita, proverà oltre, con altre tende.
Non passa un attimo che il vento ritorna, questa volta sì è fatto più furbo e più intenso, ha raccolto maggiori forze. La prima a cedere è la tenda mensa. Sento il lamento acuto della cerniera che, suo malgrado, cede. Le voci concitate del cuoco e del suo aiutante, sono trasportate lontano, disperse dall’impeto del vento, avvolte ai fiocchi di neve ed ai mulinelli di polvere. Un mix di vocali, rumori e stridii. Metto la testa fuori ma il turbinio di neve e polvere che mi avvolge, mi impedisce di vedere più in la del mio naso. Non mi resta che rifugiarmi dentro il mio saccoletto, ai danni penseremo domani. La notte prosegue così, lenta, con scontri violentissimi con questo vento che non vuol mollare. Sembra di essere investiti da una macchina in corsa. Un violento colpo che ti scuote tutto, dalla testa ai piedi. La notte lascia man mano il posto ad una luce tenue, quasi timida, che si intrufola nella mia tenda. Gli oggetti, al suo interno, incominciano ad appropriarsi dei loro contorni, della loro forma e dei loro colori. Ora non sono più solo, ma circondato da tante cose mie, compagni di viaggio silenziosi ma fedeli. Sono quasi le sette ed il sole fa capolino dietro il Nupse. Non lo posso vedere, ma sento i suoi raggi riscaldare la mia tenda. Un tepore leggero e gentile, che ti avvolge e scaccia la nottata turbolenta. Mi piace crogiolarmi con questi primi raggi di sole, uscire lentamente dal sacco, distendere le braccia e sentire che il freddo se ne è andato.
La mattina che mi si presenta, ha una lucentezza strana, il paesaggio sembra più nitido, i contorni più chiari, come se il vento forte avesse nella notte appuntito ogni cosa, acutizzato i profili e purificato l’aria. Mi fanno male gli occhi da tanta lucentezza. Il cielo è terso, di un blu profondo e freddo. Solo qualche nuvola temeraria combatte col vento forte, che ora si è trasferito in alto, a spazzare le cime e a confermare il suo potere assoluto.
Sembra di essere finiti in un laboratorio di un fornaio, la polvere bianchissima, simile a farina, ha coperto tutto, sedie, maglie, cibo. Una pesante coltre bianca, depositata ovunque, mi appare non appena metto piede dentro la tenda mensa. Sembra quasi che questo posto non sia stato abitato da innumerevoli anni e dove la polvere ne faceva da padrona. Una fotografia in bianco e nero di quello che era la nostra casa. Anche il vento a quanto pare, sa essere dispettoso.

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