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Diego Giovannini

 

...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio

15 maggio 2006: L'avventura continua

panorama circostante
Dove siamo arrivati - Pumori

Finalmente, dopo parecchi giorni di tempo incerto, la mattina si presenta luminosa e splendida. Una leggera brezza, frizzante, mi accoglie appena uscito dalla tenda. Il Nupse, l’Everest ed il Pumori si mostrano in tutto il loro splendore e maestosità. Sembra quasi si siano tirati a lucido. Mentre il Pumori brilla già dei primi raggi di sole, il Nupse e l’ Everest, mantengono ancora il colore azzurro cupo delle pareti a nord. Un azzurro, sinonimo di freddo e di immobilità. Solo il rumore di qualche seracco che si stacca, una nuvola di polvere, un rombo di tuono, e poi di nuovo il silenzio. Come è difficile abituarsi al silenzio, delle volte è così intenso che fa male alle orecchie, ti penetra dentro, ti avvolge e ti fa sentire partecipe di questo straordinario universo, fatto di roccia, ghiaccio e cielo terso.

Siamo partiti con calma, verso le otto e trenta. Il percorso fino al campo1 lo conosciamo bene, ci siamo gia stati un paio di volte per depositare una parte di materiale: piccozze, ramponi, corda, chiodi ecc. Ritroviamo il nostro deposito, una piccola grotta nella roccia, per fortuna il forte vento dei giorni scorsi non ci ha rubato nulla. Difronte a noi il Lhotse, prossima meta, si mostra in tutta la sua maestosità, ma anche in tutta la sua grandezza e lontananza. Mettiamo da parte questi pensieri, ora, dobbiamo concentrarci sulla nostra salita.

Dobbiamo calzare subito i ramponi, il canale di neve e ghiaccio che ci si para davanti non ammette distrazioni. Saliamo in questa gola profonda, circondati da pareti di roccia ed enormi sassi in bilico, dove solo il freddo mantiene tutto bloccato. Non è una bellissima sensazione, mi sembra di essere spiato continuamente, migliaia di occhi che ci guardano. Non più fredda roccia dunque, ma esseri viventi, forse diversi da noi, ma che percepisci che sono lì, che ti osservano, immobili, in attesa.

Usiamo finalmente da questo colatoio, la parete si apre, sulla destra le enormi vele di ghiaccio, grigio-verdi, si stagliano contro il cielo. Sentinelle attente, osservano il nostro passaggio. La neve arriva alle ginocchia ed il nostro progredire è lento e goffo. Passaggi su ghiaccio si alternano a quelli su roccia. Per ora non ci leghiamo, avanziamo slegati. Ogni tanto mi giro in dietro e penso al rientro, non sarà sicuramente facile. Siamo finalmente sulla cresta, quota 5900m, da sotto sembrava una cavolata, ma ora si presenta in tutta la sua difficoltà. Un’enorme cornice che corre verso l’alto, un labirinto di su e giù, di dentro e fuori. Ci leghiamo ed incominciamo a fare dei tiri di corda. Settanta metri alla volta. Ci alterniamo nella progressione, sono solo le nostre piccozze a far presa sul ghiaccio vivo ed il pochissimo materiale a disposizione ci induce alla parsimonia.

Sono ormai cinque ore che scaliamo, affronto l’ennesimo muro verticale, finalmente sono fuori, la cresta è finita. Mi raggiunge Fabio, siamo a 6200m al campo2, la cornice lascia il posto ad un pianoro. Pochi metri di piano che collegano la parete sovrastante. Per oggi può bastare. Recuperiamo quanta più corda possibile. Con la piccozza tagliamo le vecchie corde penzolanti e le uniamo per agevolarci la discesa. Un lavoro di taglio e cucito, ma alla fine siamo riusciti a tessere un filo che ci ha portato fino alla fine della neve. Un duro lavoro, che ci permetterà nei giorni prossimi, quando tenteremo la cima, di progredire verso il campo 2 molto più velocemente.

Seduti su un masso, ancora caldo dal forte irraggiamento, ci dividiamo un pezzo di parmigiano reggiano. La tazza, di thè caldo, passa di mano in mano, mentre dei nuvoloni neri si avvicinano lentamente. Siamo al campo1 e ci scambiamo le impressioni, durante la salita non abbiamo parlato molto, concentrati come eravamo sulla scalata.

L’opinione comune è “non sarà facile arrivare in cima”.

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