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Diego Giovannini

 

...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio

18 maggio 2006: Ci vorrebbero le ali

Dove siamo arrivati
Dove Diego e Fabio sono arrivati


È un ora e mezza che giriamo, la visibilità è ridotta a pochi metri ed i buchi che ci circondano non lasciano speranze. L’altimetro segna 6900m, un soffio dalla vetta. La cima la sentiamo, la possiamo immaginare in questo biancore irreale, sembra quasi di poterla toccare in quei pochi attimi in cui le nebbie e la neve si diradano per qualche secondo. Sembra di inseguire un miraggio, qualche cosa che la puoi sfiorare con un dito ma non la puoi avere, un sogno che rimarrà al di la di questo immenso buco nero, largo non più di cinque metri, ma in questo momento vasto come il mare. Forse abbiamo sbagliato via di salita, ma dalle nove la montagna è stata inghiottita dalle nuvole, sparita per noi e per chi ci seguiva dal campo base dell’Everest. Ha chiuso il sipario per tutti lasciando, per chi ci osservava dal basso, una montagna limpida, illuminata dal sole, fino a 6200m e poi una sciarpa di nuvole nere che ne avvolgevano il capo. Per quattro ore siamo saliti seguendo il nostro istinto. La visibilità ridotta a pochi metri e solo un riverbero di possibili creste o seracchi. Abbiamo scalato muri verticali, traversato ripidi pendii, dove il buon senso non consiglierebbe, strisciato su esili ponti di neve usando, per chi ha fatto la naia, il passo del leopardo, nella speranza di non finire inghiottiti da queste enormi bocche spalancate verso il cielo. La possibilità di assicurarci è molto remota, una piccozza piantata nella neve e quanto di meglio possiamo fare. Procediamo fidandoci l’uno dell’altro, legati da una spezzone di corda libero di scodinzolare tra i due. Ogni tanto intravediamo qualche vecchio spezzone di corda che pendola tranquillo da qualche muro di ghiaccio. Un buon indizio che la strada è giusta. Le piccozze mordono questo ghiaccio duro, i ramponi fanno il loro dovere. Saliamo sempre più in alto, senza pensare che poi bisognerà ridiscendere questi stessi muri. Eravamo convinti che le difficoltà fossero solo fino al campo2, a quota 6200m e che poi il percorso sarebbe stato più semplice. Le osservazioni col binocolo, ci avevano portato a pensare a ciò, ma l’inghippo era dietro l’angolo. Il Pumori si era riservato di tenere la sua struttura per sé, nascondendo dietro innocui pinnacoli, le sue enormi fauci. Per immaginare il Pumori, bisogna pensare ad una pigna secca, immersa in una glassa bianca, e girata all’ insù. Da sotto sembra tutta liscia e compatta, ma appena si alza lo sguardo la realtà é un susseguirsi di buchi collegati tra di loro da esili passaggi.

 Eravamo partiti alle due e trenta. Una notte poco fredda e con uno spicchio di luna a rischiararci il percorso. Verso la pianura, lontano sullo sfondo, degli enormi temporali scaricavano la loro energia. Uno spettacolo mozzafiato, con l’orizzonte che si illuminava di arancione, con i fulmini che passavano attraverso gli enormi cumuli gonfi di pioggia. Sopra di noi, un cielo stellato ci rassicurava. I profili delle montagne, più chiari, si stagliavano contro il cielo nero, disegnando un filo conduttore che collegava idealmente tutte le cime, dalle più alte alle più basse. Un unico tratto di matita, un modo stilizzato di rappresentare quanto di più grande possa esistere sulla terra.

Le gambe girano bene, alle cinque siamo già al campo due e tutto sembra andare per il meglio. Un mare di nuvole avanza lungo la valle del Khumbu, inondandola come un fiume in piena, lentamente, riempiendo ogni anfratto, ogni angolo, coprendo morene, tende e persone. Sembra di essere in Antartide, dove le montagne sorgono da una superficie piana. L’Ama Dablam, si innalza all’ orizzonte, un pinnacolo lontano e dove i pensieri corrono per un attimo.

Ci leghiamo, la prudenza non è mai troppa, ed iniziamo a salire. Capiamo subito l’antifona, quello che da sotto sembrava un lenzuolo bianco, ci mostra ben presto la sua vera faccia. Il labirinto è immane, un susseguirsi di ponti sospesi nel vuoto si alternano a cornici mozzafiato. Arriviamo ad un punto che la strada è sbarrata dal solita voragine. Non esistono alternative. Solo un esile corda, rimasuglio di qualche vecchia spedizione, collega idealmente queste due sponde. Una corda risucchiata dal ghiaccio, tirata come un violino dalle due enormi masse che si sono separate, tesa sopra un vuoto profondo come il nulla. È finita, e questo che penso. La nostra gita non è poi durata molto. Sto formulando questi pensieri, quando vedo Fabio penzolare tranquillamente sopra il baratro, appeso con un moschettone, che traghetta verso l’altro lido. Non ci posso credere, è pazzo da legare, ma siccome i pazzi non girano mai da soli,… mi ritrovo appeso anch’io.

La gita continua, il pendio è dannatamente ripido e la neve arriva alla coscia. Facciamo sessanta metri a testa e poi ci diamo il cambio, il ritmo non è male. Quei muri di ghiaccio, che da sotto sembravano dei semplici saltini, si rivelano ben presto per quello che sono. Trenta-quaranta metri di ghiaccio vivo, da affrontare di petto. Due viti da ghiaccio è tutto il nostro patrimonio per la sicurezza, ma rimangono tristemente appese all’imbrago. Chissà forse dopo è peggio e potrebbero servirci, questo è quello che pensiamo, e così si va avanti, legati nella buona e nella cattiva sorte. Procediamo con la cieca fiducia l’uno nell’altro.

Alle otto siamo al campo tre a 6500m e le cose sembrano andare per il meglio. Nonostante la fatica e l’impegno psicologico stiamo viaggiando come i treni. Ormai il difficile sembra stia alle spalle.
Ore nove arriva il brutto tempo e la montagna è come vi avevo detto,…. una pigna girata ripiena di glassa.

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