...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio
21 maggio 2006: Benvenuti al grande circo del campo base dell'Everest

Come ogni grande “Circo” che si rispetti ha i suoi acrobati, i saltimbanco, i pagliacci, gli illusionisti ed il suo bel chiosco. Le scale degli acrobati svettano in mezzo al campo, ritte verso il cielo, simbolo indiscusso della loro abilità. Preghiere tibetane abbelliscono questi simboli metallici, sventolando libere e colorate. Sbattono nel vento col loro suono, ora soffice, quando il vento è tenue, secco quando imperversa la bufera. Il loro numero più famoso è “ l’attrezzamento dell’ice fall” , un esercizio difficilissimo, risultato di anni di allenamento ed esperienza. Mille metri di massa ghiacciata che, spinta dalla gravità, si sposta verso valle, questo è l’Ice Foll. Crepacci, blocchi di ghiaccio grandi come condomini, scale, corde fisse, uomini, è tutto un migrare verso valle, un scendere in basso dove il sole sta ad aspettare al varco per trasformare il tutto in limpida acqua. Questi atleti sono abilissimi nel sistemare scale sulle enormi voragini, stendere corde fisse tra un baratro e l’altro, scavare gradini ed ogni mattina ripercorrere il tracciato per correggerne i punti deboli. La massa ghiacciata si muove continuamente ed i ponti, esili strisce di alluminio, spariscono, inghiottiti da queste enormi bocche, ma loro sono sempre lì, pronti ad intervenire, aggiustare, modificare, riparare.
I saltimbanco sono i più numerosi, almeno trecento. Sfruttano l’esercizio degli acrobati per spingersi sempre più in alto. Dotati quasi tutti di bombole di ossigeno, tentano di esibirsi lungo un percorso difficile e lungo. I più bravi, coi loro assistenti sherpa, sono quelli che riescono a scattare una foto ricordo in cima al tetto del mondo, gli altri, si accontentano di ricordi più bassi, di istantanee di fatica e delusione. Non è un esercizio di gruppo, è piuttosto un moto individuale, dei singoli che corrono per vedere chi è il più bravo.
I pagliacci sono pochi e sono i più ricchi del circo. I loro
assistenti sono molti, tutti professionisti del mestiere e dediti
al loro capo. Il loro numero è vecchio e stanco, ma i loro
abiti sono pieni di lustrini e dollari, e l’elicottero è
sempre pronto a portarli in città per una rinfrescatina, tra
un numero e l’altro. Le loro tende stanno in disparte, belle
e luminose, circondate da un recinto invalicabile. Non si vedono molto
in giro per l’accampamento, loro, amano la vita solitaria e
riservata.
Anche gli illusionisti sono pochi, ma il loro numero è stupefacente.
Riescono a nascondere anche l’evidenza. Ti raccontano di traversate
solitarie e notturne, magari senza ossigeno, quando la via del tetto
del mondo, in questi giorni, è più affollata del centro
di Milano.
Il chiosco ha il suo bel da fare. Una tenda bianca, dove una grande croce rossa fa bella mostra di se e dove il sottotitolo “Clinica Volontaria”, farebbe pensare a qualcuno disposto ad aiutarti gratis, offre le sue prestazioni in maniera “americana”. Gestita da un team USA, prima ti chiede “ Visa o Mastercard” e dopo la strisciata con l’apposita macchinetta, collegata via satellite, ti eroga la prestazione. Un aspirina 25$, una notte nella loro tenda, solo osservazione 250$, e cosi via. Il grande circo è anche questo, ma quando le luci si spengono e tutto il lusso e la bellezza è mangiato dalla notte, allora appaiono le miserie. Come di quella ragazza coreana, abbandonata dal suo sherpa, e ritrovata al mattino che vagava disperata al colle sud ( 7900m). Le sue dolci mani ed i suoi graziosi piedini saranno solo un bel ricordo di corse fatte e di carezza date. Quattro monconi è tutto quello che le rimarrà dell’Everest. O di quel povero cristo cecoslovacco che sta appeso ad un chiodo da quindici giorni, a quattro metri dal campo tre, lungo la via di salita, ma che nessuno riporta giù. Il suo compagno non ha cinquemila dollari per il recupero della salma e nemmeno la sua famiglia e così rimarrà lassù, forse qualche alpinista si commuoverà e lo depositerà in un crepaccio, ma molto probabilmente se lo mangeranno i corvi nell’ indifferenza totale del “Grande Circo”.
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