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Diego Giovannini

 

...un sognare lungo tre Cime - Diario di viaggio

24 maggio 2006: ore 12.00 cima del Lhotse

la salita

Immaginatevi due scale di alluminio lunghe te metri, quelle per intenderci da imbianchino, le cui istruzioni sconsigliano l’uso orizzontale per via della tenuta. Sormontatele una quarantina di centimetri ed unitele con un semplice spago. Prendete il tutto e posatelo sopra la solita voragine, larga più o meno cinque metri e profonda una vita. Per passamano due pezzi di corda ancorata alla stessa altezza della scala. Due pezzi di spago che se ne stanno lì, un metro e mezzo più bassi della scala, una parabola verso il fondo, con il suo apice al centro. Ora chiudete gli occhi e per un attimo provate a seguirmi. Gli ingredienti sono: una zaino da 25kg sulla schiena, i ramponi ai piedi, uno spezzone di cordino assicurato con un moschettone al famosa passamano. I primi tre passi sono semplici, la scala poggia ancora sulla neve. Al terzo gradino, il baratro si apre sotto di voi, la cosa che colpisce per primo è l’azzurro delle sue pareti, un azzurro simile al cielo, che man mano che sprofonda diventa sempre più curo, fino a toccare il nero più profondo. I due spezzoni di corda bisogna usarli a mo di redini, sempre in tensione alternativamente. Un gioco di equilibrio, un muovere un piede dopo l’altro, in un altalena di sensazioni, paure ed ebbrezza. La sponda si allontana inesorabilmente, mentre il mare ci accoglie con le sue onde. La scala balla che è un piacere e il pezzo sormontato intralcia il cammino. I ramponi sono micidiali, un semplice errore e rimani lì, piantato nel bel mezzo del tuo viaggio. L’occhio corre verso il fondo, verso quel nulla così profondo, mentre una parte di esso tiene d’occhio l’orizzonte per mantenere l’equilibrio. La sponda si avvicina, la salvezza è l’ì a portata di mano.

Viè piaciuto questo viaggio? Bene, ora moltiplicatelo per quindici e ricordatevi….. vi aspetterà anche al ritorno. Il filo di Arianna si dipana in mezzo a questo labirinto, una via di salita tracciata da mani esperte che corre lungo questa parete in continuo movimento. La scala ora è lunga, una ventina di metri, posta per fortuna in verticale, a collegare due pareti distanti cinque metri ed alte una ventina. ( al nostro ritorno, due giorni dopo, la scala è sparita assieme al salto, le due pareti hanno pensato bene di riunificarsi ).

Cena al campo 2Ora la valle diventa quasi piana, solo i crepacci ci obbligano a giri viziosi. È arrivato il sole e con esso la calura. Non so che sensazione provi un pollo in un micronde, ma ho la sensazione che sia la simile. Tutto frigge, testa, piedi, e quel poco di cervello che ci è rimasto. Non bisogna lasciare niente di scoperto, ci vogliono quanti, passamontagna, occhiali e maniche lunghe, pena ustioni gravissime. La valle, denominata “ del silenzio” è lunghissima, una parabola di bianco, che riflette un calore insopportabile. Non oso pensare a quanti litri di prezioso liquido il nostro corpo debba usare per refrigerarci, lo scopriremo questa sera, quando dovremo riempirci di litri di acqua. Il campo due è una lingua di morena posta a 6300m. Ancora qualche tenda fa bella mostra di se. Piantiamo la nostra mini Ferrino in prossimità di una bella tenda grande. Dobbiamo avere una faccia così da sprovveduti, che dei simpatici inglesi ci invitano a bere un the da loro. Nella loro tenda non manca nulla, nemmeno il riscaldamento, il cuoco fa il suo lavoro sfornando manicaretti mede in 6300m. Sono le sei del mattino e la brina, all’interno della nostra tenda, ha imbiancato tutto, saccoletto, zaini ed anche i nostri nasi. Fuori il freddo è pungente e i movimenti sono lentissimi. Per un litro d’acqua ci vogliono cinquanta minuti di fornelletto. La compassione ci viene ancora in aiuto, il solito invito per una tazza di thè è il più bel regalo che ci potessero offrire gli immancabili inglesi.

La strada fino alle pendici della parete è lunga, un susseguirsi di saliscendi. Fabio è un pò lento e così decido di proseguire da solo, con la mia andatura. La parete, è un muro verticale di ottocento metri, che lungo le solite corde fisse mi portano pian piano al campo tre a 7200m. Non c’è nessuno, solo qualche tenda vuota, ormai la stagione volge al termine e le spedizioni sono quasi tutte dirette verso la capitale. Mi raggiunge Fabio, su questo ballatoio che spazia dal Pumori al Cho Oyu, una vista mozzafiato su una parte di creato.

Questa volta ci disponiamo in due tende, quella vuota affianco era troppo appetibile. L’una e mezza di notte ci vede ognuno indaffarato a prepararsi da bere e a mettere appunto l’attrezzatura. Sono le due e mezza quando la notte ci viene incontro. Fabio fa l’andatura, la corda fissa traccia la via di salita. Faccio fatica ad ingranare, la quota, la fatica dei giorni scorsi si fanno sentire e la parete sotto la fascia gialla è verticale. Fabio è dannatamente lento, forse è più stanco di me, e così di tacita intesa passo in testa. Vedo il suo frontalino rimanere inesorabilmente indietro. Sui 7600m la traccia si separa, l’autostrada per l’Everest prosegue liscia e battuta, la mia corre verso l’alto, sommersa dalla neve ventata dei giorni scorsi. Campo 4, 7800m, la rabbia è tantissima. Qualche mio illustre collega, passato prima di me, ha lasciato una discarica a cielo aperto. C’è di tutto, cartacce, pasta, tende rotte, montagne di scaldamani, sacchetti di plastica, caramelle e liofilizzati. Si dicono alpinisti, amanti della montagna, ma io, questa gente non la farei nemmeno avvicinare alle montagne. Come si può insozzare uno spazio così prezioso, simbolo della bellezza in assoluto.

La corda fissa è gran parte sommersa dalla neve e tentare di recuperarla è un impresa impossibile. Purtroppo la picca l’ho lasciata al campo base e mi rimane solo un bastoncino da sci. La neve è ha tratti dura e la pendenza non scherza. Rompo a metà il bastoncino per avere due attrezzi per la progressione. Arrivo al canale, la via di salita si inerpica lungo questo camino. Una specie di Canalone Neri a ottomila metri. Mi illudo di essere arrivato, la cima sembra essere sempre lì a portata di mano, ma ogni volta è una delusione. In fondo, vedo Fabio che sta tornando indietro, molto probabilmente ha finito le energie. So per certo che alla fine delle fisse ci sono ancora trecento metri di parete prima della cima, ma le corde continuano verso l’alto. Finalmente le corde finiscono, ma la parete ghiacciata mi fa un po paura. Senza una picca in mano la sicurezza è quella che è. Non posso mollare proprio ora, la giornata è stupenda, il freddo sopportabile e la cima non lontanissima. Ora la posso vedere finalmente, trenta metri di roccia che svettano verso il cielo.

Non so da che parte salire, è tropo verticale e la roccia è tutta sfaldata. Mi sembra di vedere vecchi tracce che salgono verso destra. Mi avvio verso un traverso di roccia e neve non molto simpatico. Il passaggio è quello giusto. Un pezzo di corda pendola dall’alto. Mi assicuro senza fare troppo il delicato e arrampico su questa roccia che si sgretola sotto i piedi. Un volo, in questo punto, mi garantirebbe l’arrivo in pochi minuti al campo due.

in cima, sullo sfondo l'everest
Diego in cima al Lhotse, sullo sfondo l'Everest

Ancora due metri di ghiaccio e sarei sulla cuspide, ma senza picca non ci penso nemmeno. La mia cima finisce qua, due metri sotto. La cima non esiste, è solo una cresta aguzza, stretta per un paio di piedi. Mi spiace essere quassù da solo, sarebbe stato bello condividere la vetta con Fabio, per uno solo, è una montagna troppo grande. Sullo sfondo l’Everest, una montagna bellissima e piena di luce.

 

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