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Diego Giovannini

EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO

Io, una foglia a Kathmandu - 5 aprile 2005

Venti per trenta sono le dimensioni del monitor di fronte a me. Un susseguirsi regolare di piantine topografiche generali e via via sempre più particolareggiate. L'icona dell'aeroplano disegna dietro di sé una scia rossa fatta di chilometri percorsi, di mari e deserti sorvolati. Volo Quatar Airways QR 350, velocità di crociera 950 km/h, altitudine 9500m, temperatura esterna -45 C°. E' quasi l'alba ed il sole fa capolino all'orizzonte. Tiepidi raggi di sole mi riscaldano il viso mentre la notte serpenteggia ancora laggiù sulla terra. Dal finestrino vedo la superficie terrestre oramai lontanissima passare veloce sotto l'ala di questo aereo. Chiudo gli occhi e sorrido all'idea che tra poche settimane tenterò di arrivare fino quassù a piedi, un passo dietro l'altro, lentamente, senza dover bruciare una cisterna di carosene. Cercherò di arrivare in vetta a questa montagna così alta da poter sfiorare in questo momento con la sua cuspide la pancia di questo uccello d'acciaio. Dodici ore di volo e finalmente appaiono all'orizzonte l'Anapurna e il Daulaghiri. Colossi di neve e roccia che dall'alto dei loro ottomila metri mi annuncino l'arrivo in Nepal. Un piccolissimo stato dove regna un'antica dinastia di re, stretto tra due grandi potenze quali la Cina e l'India e che racchiude entro i suoi confini ben nove delle quattordici cime più alte della terra. Le valli scorrono verdissime, di quel verde delicato color della primavera con le colline ricoperte di terrazzamenti, segno di una mano sapiente che ha saputo rendere fertile questa terra e dove il riso ne fa da padrone. Puntini colorati spuntano qua e là, sono le donne nepalesi intente al lavoro nei campi. L'aeroplano ha quasi terminato le sue fatiche, la pista di atterraggio si stende ormai sotto di noi, le venti ruote toccano terra con “ classe”. Non mi sarei mai aspettato tanta grazia da una macchina così pesante. Sono arrivato…… non mi resta che mettermi in coda per il visto d'entrata.
* * *
Kathmandu, città dai mille volti e dai mille contrasti, dove il vecchio sopravvive al nuovo che avanza. Città dallo smog terribile che ti entra nel naso, nella bocca e nei polmoni e che copre le case di una coltre nera. L'odore dell'oriente pero resiste, sopravive alle polveri sottili, esce delicato dagli anfratti, si alza dai banchi di spezie e si espande dagli incensi messi a bruciare davanti alle statue degli dèi. Delicato ma deciso ti trasporta nel cuore di questo gente, ti fa dimenticare il caos delle macchine, il suono insistente dei clacson e la calca di turisti. Se lo lasci entrare in te ti accorgi che l'umanità in questo posto è ancora viva, che il tempo da queste parti è più lungo ed i ritmi sono più naturali. Vedi la gente che sa aspettare, seduta sui gradini delle scale, lungo le vie, fuori dai negozi, aspetta in silenzio che qualcosa accada. Molte cose sono cambiate anche qua dall'inizio degli anni Novanta quando visitai per la prima volta il Nepal. I mendicanti sono quasi tutti spariti, i negozi si sono fatti più belli ed accoglienti e nei ristoranti si mangia meglio. Solo i venditori di “tutto” sono rimasi gli stessi. Insistenti e petulanti ti avvicinano per rifilarti di tutto: coltelli, statue, grasso di tigre miracoloso come il viagra, hascisc e marijuana a volontà. L'occidente avanza a grossi balzi con la sua scienza e tecnologia, cancellando pian piano ritmi e tradizioni millenarie. Gambe, ruote, zoccoli e pedali formano questa fiumana che mi trascina lentamente lungo vicoli stretti e disordinati, dove tutti tentano di passare contemporaneamente incuranti del senso di marcia, dove la merce è appesa fuori indipendentemente che sia una maglia o un pezzo di carne. Mi sento trasportare. Non ho una mèta precisa e come una foglia sull'acqua, lascio che sia la corrente a decidere per me. Ho alcune giornate intere di libertà, nessun impegno, nessun allenamento e la mente può vagare tranquilla, i giorni di ansia e di tensione arriveranno dopo, lo so.

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