EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO
Lhasa 7 aprile 2005
Avanza lentamente, congiunge le mani alzandole al cielo, si inginocchia
distendendo poi il corpo in tutta la sua lunghezza battendo la fronte
a terra. Si rialza, fa alcuni passi e ripete il movimento. Indossa
due pezzi di legno sulle mani per scivolare sul pavimento di pietra
della piazza più agevolmente. Lui, pellegrino, giunto fin qua
da chissà quale parte dell'impero, prosegue la sua preghiera
lunga qualche chilometro. Assieme a lui altre persone, giovani, vecchie,
povere e ricche. Mi trovo a percorrere il Barkhor, il più sacro
dei percorsi di preghiera della capitale. Giro attorno al tempio di
Jokhang trascinato dal vortice di migliaia di persone in lento ma
costante movimento. Provo la sensazione di essere scivolato indietro
nel tempo, in una parte di Lhasa toccata ancora poco dal mondo moderno,
camminano allegramente pellegrini proveniente da tutto il Tibet. Cappelli
di paglia si alternano a copricapo in pelliccia, le donne vestono
con abiti tradizionali, ricche di gioielli, portano sulla schiena
bambini addormentati. Volti bianchi e lisci si alternano a volti bruciati
dal sole. Volti rugosi come cuoio vecchio che mostrano i segni del
sole a queste quote. Un suono di mantra si alza dolce da un gruppo
di monaci seduti con le gambe incrociate davanti alle loro ciotole
della questua, mentre qualche mendicante allunga la sua mano per ricevere
qualche yuan. Faccio un paio di chilometri e finalmente mi trovo difronte,
in tutto il suo splendore e maestosità, il Potala. L'enorme
fortezza di colore bianco ed ocra, incute una sorta di timore a chi
la guarda.
E' difficile distogliere lo sguardo da un simile spettacolo. La cosa
che colpisce però è la mancanza di vita attorno alle
sue mura, a differenza del Jokhang, sempre in fermento, il Potala
giace assopito, niet'altro che un gigantesco museo. La sua mancanza
di vitalità non fa altro che ricordare a quanti lo visitano
che il Dalai Lama non è più qua. C'è un grande
viavai nei suoi giardini, all'interno dell'edificio si restaurano
stanze e opere d'arte, si sta rimettendo tutto a nuovo. Come cambiano
i tempi: mentre in passato radevano al suolo i monasteri, oggi i Cinesi
preferiscono fare soldi nel fiorente mercato dei luoghi sacri tibetani.





