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Diego Giovannini

EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO

SABBIA, VENTO E UN CHIODO - Gyangze 8 aprile 2005

La polvere entra dappertutto. Fine, anzi finissima, ti riempie gli occhi, il naso e la bocca.
Nonostante i finestrini chiusi si intrufola come un ladro di notte, la senti entrare in gola provocandoti un fastidioso bruciore ed i denti non fanno che masticare questi terribili granelli di sabbia. La " Friendship Highway Southern Route "non è certo l'Autostrada del Sole. L'asfalto non è di casa qua ma un' interminabile pista di terra battuta ci porta lungo queste vastissime valli. Quattromila, quattromila e cinque, cinquemila, cinquemila e quattro, finalmente il nostro Nissan Patrol 4500 cc. raggiunge il passo di Gyatso-la . Un vento terribile mi colpisce in pieno appena metto i piedi fuori dalla jeep, un piccolo assaggio per i giorni futuri. Preghiere tibetane, tantissime e colorate riempiono i fianchi del passo. Il loro sbattere continuo nel vento, il rumore secco e stridente rende l'idea delle preghiere lasciate lì perchè si disperdano fra queste montagne.
Ci tuffiamo a " paletta" verso valle, i 70 chilometri all'ora non rendono giustizia al mio stomaco un'po' contratto. Sbircio ogni tanto il tachimetro ed il volto dell'autista per vedere se tutto è a posto e punto i piedi quando mi sembra che stiamo arrivando lunghi al tornante.
Non si vede più niente, la bufera di sabbia è arrivata improvvisa, raffiche di vento portano avanti nuvole di polvere rossa. Non dura molto, come è arrivata è pure sparita. Le grandi dune di sabbia, che aggiriamo continuamente seguendo questa pista che ormai si è ristretta terribilmente, rammentano al viandante che il deserto è anche qui. Un cielo color cobalto, striato da nuvole bianchissime color del vento, sovrasta queste pianure immense, terra arida, terra che ha sete, scavata da enormi fenditure segno di un'acqua che arriverà.
I chilometri scorrono veloci sotto le ruote della jeep, ora la sabbia ha lascito il posto a terreni più fertili. Moltitudini di contadini, coppie di yak intente a tirare pigramente l'aratro, villaggi di terra e sassi di un bel bianco, sono il nuovo panorama.
Passiamo un ponte, il fischio che si alza dalla gomma posteriore destra non fa presagire niente di buono. Bucato è il termine più appropriato. Si sa , al mondo bisogna avere anche fortuna, la nostra è a pochi metri appena dietro l'angolo. Una pila di copertoni usati, un compressore, due ferri del mestiere questa è la sua insegna : Gommista. Aspettiamo un attimo, sta rimontando la gomma posteriore destra di un'altra jeep. Smontata la nostra ruota vi troviamo infilato un chiodo.
Una pezza e via, l'omino non ha neanche il tempo di rimontare la nostra ruota che un'altra jeep si ferma...ha la gomma posteriore destra bucata. Si sa, tante volte per avere lavoro non serve una grande insegna..basta un po d'ingegno.
Ora la strada è un nastro d'asfalto, corriamo veloci verso Gyangze meta di oggi. Il monastero in cima alla collina ci indica che la meta non è lontana. Quattrocento chilometri ed otto ore di viaggio sono il totale

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