EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO
SABBIA, VENTO E UN CHIODO - Gyangze 8 aprile 2005
La polvere entra dappertutto. Fine, anzi finissima, ti riempie gli
occhi, il naso e la bocca.
Nonostante i finestrini chiusi si intrufola come un ladro di notte,
la senti entrare in gola provocandoti un fastidioso bruciore ed i
denti non fanno che masticare questi terribili granelli di sabbia.
La " Friendship Highway Southern Route "non è certo
l'Autostrada del Sole. L'asfalto non è di casa qua ma un' interminabile
pista di terra battuta ci porta lungo queste vastissime valli. Quattromila,
quattromila e cinque, cinquemila, cinquemila e quattro, finalmente
il nostro Nissan Patrol 4500 cc. raggiunge il passo di Gyatso-la .
Un vento terribile mi colpisce in pieno appena metto i piedi fuori
dalla jeep, un piccolo assaggio per i giorni futuri. Preghiere tibetane,
tantissime e colorate riempiono i fianchi del passo. Il loro sbattere
continuo nel vento, il rumore secco e stridente rende l'idea delle
preghiere lasciate lì perchè si disperdano fra queste
montagne.
Ci tuffiamo a " paletta" verso valle, i 70 chilometri all'ora
non rendono giustizia al mio stomaco un'po' contratto. Sbircio ogni
tanto il tachimetro ed il volto dell'autista per vedere se tutto è
a posto e punto i piedi quando mi sembra che stiamo arrivando lunghi
al tornante.
Non si vede più niente, la bufera di sabbia è arrivata
improvvisa, raffiche di vento portano avanti nuvole di polvere rossa.
Non dura molto, come è arrivata è pure sparita. Le grandi
dune di sabbia, che aggiriamo continuamente seguendo questa pista
che ormai si è ristretta terribilmente, rammentano al viandante
che il deserto è anche qui. Un cielo color cobalto, striato
da nuvole bianchissime color del vento, sovrasta queste pianure immense,
terra arida, terra che ha sete, scavata da enormi fenditure segno
di un'acqua che arriverà.
I chilometri scorrono veloci sotto le ruote della jeep, ora la sabbia
ha lascito il posto a terreni più fertili. Moltitudini di contadini,
coppie di yak intente a tirare pigramente l'aratro, villaggi di terra
e sassi di un bel bianco, sono il nuovo panorama.
Passiamo un ponte, il fischio che si alza dalla gomma posteriore destra
non fa presagire niente di buono. Bucato è il termine più
appropriato. Si sa , al mondo bisogna avere anche fortuna, la nostra
è a pochi metri appena dietro l'angolo. Una pila di copertoni
usati, un compressore, due ferri del mestiere questa è la sua
insegna : Gommista. Aspettiamo un attimo, sta rimontando la gomma
posteriore destra di un'altra jeep. Smontata la nostra ruota vi troviamo
infilato un chiodo.
Una pezza e via, l'omino non ha neanche il tempo di rimontare la nostra
ruota che un'altra jeep si ferma...ha la gomma posteriore destra bucata.
Si sa, tante volte per avere lavoro non serve una grande insegna..basta
un po d'ingegno.
Ora la strada è un nastro d'asfalto, corriamo veloci verso
Gyangze meta di oggi. Il monastero in cima alla collina ci indica
che la meta non è lontana. Quattrocento chilometri ed otto
ore di viaggio sono il totale





