EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO
Tingri 10 aprile
Le sue mani sono nere. Nere come il suo vestito, nere come il suo
passamontagna, nere come i sui occhi. Sono infilate a meta nelle maniche
del suo pastrano, alla ricerca di un tepore che non c’è.
Sta li, seduto immobile riparato dietro un masso, le gambe incrociate
e gli occhi che scrutano i nostri movimenti. Poco lontano una piccola
mandria di yak pascola tranquilla. Guardiano di yak dunque! Mi trovo
a 5220m, diciamo 400m più in alto del Monte Bianco, con un
vento che mi impediva di aprire la portiera della jeep, e mi ritrovo
qua questo pastore, seduto tranquillo che aspetta che le bestie siano
sazie. Sono cento chilometri che viaggiamo senza incontrare niente
e nessuno, ne un villaggio ne una casa, eppure lui e qui, solo con
le sue bestie. Alza una mano in segno di saluto solo quando ormai
la macchina è gia in movimento.
Chissà cosa penserà di noi, individui dagli abiti colorati
con un jeppone nuovo di zecca. Stiamo viaggiando ormai da parecchie
ore alla volta di Tingri, penultima tappa verso il campo base cinese.
Le valli più fertili sono alle spalle, quassù regna
sovrana la steppa. Oramai le bufere di sabbia sono diventate una consuetudine
pomeridiana, appaiono da lontano ed in pochissimo tempo ti avvolgono
nelle loro spirali di polvere. Scendiamo dolcemente verso Tingri,
4200m di quota, incontrando via vi che ci si avvicina qualche villaggio
e qualche persona in più. Cavalli che trascinano dei carrettini
marciano imperterriti incuranti della nuvola di polvere che li sommerge
al momento del sorpasso. Guardando nello specchietto retrovisore li
vedo emergere in controluce come figure di antichi destrieri.
Anche oggi 265 chilometri e cinque ore di viaggio ma la meta è
stata raggiunta.
Sono costretto in hotel per via del vento e della polvere, sdraiato
sul letto scrivo e mi godo le ultime comodità. Da domani la
musica cambia.





