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Diego Giovannini

EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO

CINQUE YAK E LE MUTANDE - 11 aprile

Campo base cinese, 5200 metri. Quarantaquattro in salita, cinquantotto in discesa è il conto finale dei tornanti che abbiamo fatto per salire e scendere il Pang-la questo passo di 5200m. Una strada sterrata con una pendenza dolce, risale un'immensa morena. Non si arriva mai in cima, guardo verso il basso e vedo questa spira di tornanti. contorcersi lungo le pieghe della montagna.
In cima, finalmente lo posso vedere. È lì sullo sfondo, una massa nera di sola roccia, una piramide triangolare, l'Everest in tutta la sua maestosità. Provo a filmarlo ma il vento mi stacca letteralmente da terra, non riesco a stare in piedi tanta è la sua forza. Ci tuffiamo dall'altra parte, lungo una valle dai colori ocra, colori tenui, pastello. Sembra che la terra da queste parti non voglia disturbare, ti riempie gli occhi coi suoi colori per niente violenti spingendoti ad allungare lo sguardo verso l'orizzonte. Un orizzonte bianco fatto di cime sopra gli ottomila metri. Everest, Makalu e Cho Oyu ne sono le vette principali. Anche lì il vento fa da padrone, le nuvole provenienti dal Nepal vengono bloccate sui crinali a sud creando dei buffi pennacchi. Ci siamo abbassati sui 4000 metri, dove la vita è ancora di casa, la gente nei campi alza lo sguardo al nostro passare mentre i bimbi inseguono di corsa la nostra jeep. Le colline ai bordi della valle sono raggrinzite, segno delle grandi spinte preistoriche. Disegni fantastici, dai colori svariati, accompagnano il mio sguardo mentre sobbalzo come un dannato sul sedile della jeep. Raggiungiamo finalmente il monastero di Rongphu, 4980 metri, il monastero più alto del Tibet e quindi del mondo. È sicuramente un ottimo soggetto per una foto con l' Everest. Le mandrie di yak pascolano tranquille mentre ci mancano ancora otto chilometri per arrivare al Campo Cinese. Dal campo si vede il fronte del ghiacciaio Rongbuk fermarsi davanti ad una spianata grandissima dove le varie spedizioni piazzano il loro campo base. I torrenti che scendono sono tutti ghiacciati, lingue bianche si diramano in un unico uniforme campo di ghiaia. È ora di piazzare la tenda, operazione quasi impossibile date le folate di vento modello "Bora di Trieste". Attorno regnano le carcasse di alcune sventurate tende che non hanno saputo resistere al vento. Pezzi di paletti escono sconsolati dalla tela strappata. Più in là, due sprovveduti si sono fatti sfuggire di mano una tenda ormai montata. Bella, di un color giallo, vola in alto come un aquilone, si abbassa, sembra fermarsi per un attimo per poi ripartire come un missile lungo i fianchi dei dossi circostanti. La vedo spuntare ogni tanto come una barca che cavalchi dei cavalloni marini. La scena termina con due sprovveduti... che la inseguono!

Le pareti sono nere, quel nero fatto di fuliggine, ricordo di anni usati accendendo il fornello a cherosene in casa. Una piccola finestra sul fondo lascia penetrare un po' di luce, appena sufficiente per rendersi conto del caos che regna in questa stanza, un tavolo coi piatti ancora sporchi, scatoloni depositati alla rinfusa, una branda con annesso saccoapelo, bottiglie di birra stese a terra, segno di un dovere ben fatto. È il regno dell'ufficiale cinese di collegamento. Padrone indiscusso dell'accampamento, domina dall'alto del suo dosso. Quest'unica costruzione in muratura stona col paesaggio circostante, ma il regno del Re si sa deve essere consono alla sua figura. Giovane, un bel faccione rotondo color delle bottiglie di birra vuote, due occhietti neri e furbi come il diavolo, una giacca in piuma - sua seconda pelle ormai - ed un buffo cappellino da mare stile spiaggia di Rimini, sul quale fan bella mostra di sé due àncore incrociate, calato fino agli occhi con l'orlo rivolto verso l'alto, mi accoglie sorridente. Sono salito da lui per mettermi d'accordo sul trasporto del materiale fino al campo base avanzato. Dieci cartelline, in una fodera trasparente, fanno bella mostra di sé sulla parete destra. Perfettamente allineate ed appese con un chiodino non aspettano altro che essere consultate. Altre dieci cartelline stesso stile, stanno appese ognuna ad un filo azzurro che scende dalla parete sinistra. L'ordine totale in un caos totale. L'ufficiale sa fare molto bene il suo lavoro, mentre le faccende di casa sono tutt'altra cosa. Trova subito la mia cartellina dove sono già stati stabiliti i miei cinque yak e la mia data di partenza, il deposito cauzionale che devo lasciare ed i cento dollari per le corde fisse. La giornata prosegue molto calda, così opto per una bella doccia ristoratrice: quattro lati di tela gialla, una sacca nera con annesso erogatore modello innaffiatoio, cinque litri di acqua calda, è quanto mi basta. Mentre combatto con lo shampoo che cola immancabilmente negli occhi, vedo, tra un battito di ciglia e l'altro, la sagoma gioiosa dell'Everest. Fuori intanto il vento ha fatto il suo dovere distribuendo per bene i miei indumenti lungo questo spiazzo sassoso. Esco guardingo, con la mani a coprire quel che possono, alla ricerca disperata delle mie mutande.

 

 

 

 


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