EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO
A QUOTA 6400 SOS PER CLAUDIO - 15 aprile, campo base cinese
Si parte con il solito caos, sempre più roba da caricare
che yak presenti. È la solita trafila. Loro, i tibetani, a
buttar su col peso e io a dover tirar giù. Con me partono anche
Claudio ed Antonio, due alpinisti sanmarinesi.
Faremo lo stesso percorso ed useremo lo stesso campo base avanzato.
L’operazione carico yak non è proprio una cosa semplice,
ormai anche loro sanno che quando al mattino li radunano è
per caricarli come degli "asini". Quindi, non appena il
conducente gli si avvicina, scartano di lato tra i tiranti della tenda
e le braccia alzate degli altri conducenti. Un gioco a rimpiattino,
dove naturalmente perde sempre lo yak. Preso saldamente per le corna,
non gli resta che subire l’operazione carico.
Sedici yak, tre alpinisti, un cuoco, un boy e cinque conducenti, è
questa l’allegra brigata che lascia lentamente campo base cinese.
Allungo subito il passo, mi piace camminare da solo, sentire il rumore
dei miei passi su questa ghiaia sottile. E voglio gustarmi appieno
l’entrata nel cuore della montagna. Voglio vivere questi attimi
in silenzio, senza essere disturbato. La prima parte del percorso
è monotona, un lunghissimo pianoro che fiancheggia il ghiacciaio
di Roubuk. Dopo sei chilometri circa, la tratta si inerpica verso
un vallone secondario, sulla sinistra della valle. Bisogna in pratica
aggirare una montagna che sta tra il campo base cinese e l’Everest.
Le prime tenebre ci sorprendono mentre montiamo in qualche modo le
nostre tende su questa morena dove il posto più piano è
simile a un fazzoletto. Middle Camp per oggi, una tappa intermedia
per giungere al vero campo avanzato. Dieci chilometri, settecento
metri di dislivello e spaghetti al ketchup è il totale della
giornata.





