EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO
16 aprile, Middle Camp.
Più che la sveglia sono i passi impazienti dei conducenti
attorno alla mia tenda a svegliarmi. Non vedono l’ora di partire
e così, mentre infilo gli scarponi, loro sono già alle
prese coi picchetti della mia tenda. Entro nella tenda mensa e mentre
sorseggio un po’ di tè e mi gusto due uova sode, sparisce
anche questa: piegata ordinatamente, fa già bella mostra di
sé sulla schiena di uno yak, mentre con stile mi sfilano da
sotto il sedere l’ultima sedia rimasta.
Ordinate, in file regolari ai due lati delle morena, mi guardano come
schiere di antichi guerrieri. Di un azzurro cielo, e di forma triangolare,
queste vele di ghiaccio, altissime certe volte, molto più basse
altre, seguono l’impeto della valle. Rumori sinistri, di ghiaccio
che scrocchia, mi rammentano la loro vitalità. Lunghe schiere
ben ordinate che marciano inesorabilmente verso valle. Che strano
il mio destino, incontro solo cose e persone che scendono: le vele
di ghiaccio, persone troppo stanche per rimanere al campo base avanzato,
colonne di yak, l’acqua dei torrenti. Scendono tutti verso la
vita, laggiù, dove il destino delle cose porta verso il basso.
Sono arrivato, vedo i gruppi di tende delle altre spedizioni in cima
a qualche dosso, uno qua uno là, uno su uno giù. Non
resta che rimboccarsi le maniche, le tende non si montano da sole.
Aiuto il cuoco a montare la tenda mensa e la tenda cucina. Raccogliamo
massi qua e là per ancorarle il meglio possibile. Tiranti,
sopra, tiranti sotto, sembra quasi di vedere un salame. Piazzo per
ultima la mia tenda personale, e come chicca mi lastrico l’entrata
con delle belle lastre di ardesia.





