EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO
17 aprile, Campo base avanzato.
Sembra il rumore d’un treno in corsa ad una folle velocità.
Lo sento da lontano avvicinarsi velocemente rimbalzando lungo le pareti
di questa valle. Man mano che si avvicina, il rumore è sempre
più cupo, più sinistro e più forte. Sbatte contro
la mia tenda schiacciandomela sul viso, mi sembra che qualcosa sia
passato sopra di me per poi proseguire oltre la sua folle corsa. Urla
dalla tenda mensa, dove dormono i due cuochi, non mi fanno presagire
niente di buono. La folata di vento, e quelle successive poi, hanno
strappato letteralmente da terra le due tende mensa lanciandole lungo
la valle. Un taglio profondo sulla mano sinistra del cuoco racconta
il suo estremo tentativo di trattenere questo enorme aquilone giallo.
Rinforzo con alcuni massi la mia tendina e mi rimetto a dormire. Ogni
tanto qualche bel colpo di vento mi rammenta che sono ai piedi dell’Everest,
a 6.400 metri di quota.
Mi alzo solo alle 9, quando il sole è abbastanza forte da scaldarmi
le ossa. Penso al disastro di questa notte e prevedo già un
peregrinare da una tenda all’altra in cerca di ospitalità,
nell’attesa dell’arrivo delle altre tende. Una voce festosa
mi chiama, è il boy, ha trovato le nostre tende non molto lontano,
i tiranti si sono attorcigliati attorno a dei blocchi di ghiaccio.
Con i pezzi di due riusciamo ad ottenerne una. Capisco anche perché
sono volate via, i tiranti erano letteralmente marci. Li sostituiamo
con dei nuovi e questa volta penso sia a prova di bomba.
Ci sediamo sfiancati dopo tutto il gran lavoro. Purtroppo Claudio
e Antonio non hanno potuto aiutarci, perché stanno troppo male
per via della quota.





