EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO
18 aprile, Campo base avanzato.
Dieci colpi al minuto, il sibilo regolare delle due valvole di scarico,
ci tranquillizzano sulla quantità di aria pompata nella camera
iperbarica. Il manometro mi indica una pressione pari ad una quota
di 4.800 metri. Due occhioni spalancati, quelli di Claudio, mi scrutano
attraverso l’oblò di questo cilindro di gomma color rosso.
Ogni tanto gli chiedo di mostrarmi lo strumento che ha al dito, il
quale mi dà il valore dei battiti cardiaci e del consumo di
ossigeno.
Sono ormai tre ore che pompiamo, io e tre finlandesi. La situazione
è peggiorata questa mattina. Alle 7.30 busso alla tenda di
Claudio e Antonio e mi ritrovo il primo fuori del sacco a pelo che
trema come una foglia. Lo faccio alzare e lo trascino di peso verso
la tenda mensa. Non riesce a coordinare i movimenti. Lo vesto col
mio piumino e mi attacco al telefono in cerca di un dottore. Per fortuna
trovo Annalisa, una dottoressa di Milano mia amica ed esperta di alta
montagna, e benché siano le quattro di mattina mi dice che
cosa fare. Una puntura di desametasone, delle pastiglie di diamox
e di adalat. Recupero una bomba di ossigeno e gliela applico, tre
litri al minuto, ed aspetto che si alzi anche Antonio. Lui sta un
po’ meglio, per fortuna, e così decido di andare al campo
dei finlandesi. Loro hanno una camera iperbarica, cosicché
possiamo infilarci Claudio.
Sono le 14 quando finalmente sei portatori possono partire trascinandosi
appresso Claudio. Un po’ portandolo, un po’ sorreggendolo,
li vedo andare traballando verso valle. Seguono Antonio e due sherpa.
Che la montagna non sia troppo severa con loro, è l’augurio
che chiedo al cielo mentre srotolo in silenzio i cilindri delle preghiere
tibetane. Spero di vedere tra qualche settimana i loro due volti sorridenti
pronti ad inseguire il loro sogno.





