EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO
19 aprile - CAVOLO GLI AMERICANI
19 aprile, campo base avanzato.
Tutto ben recintato, picchetti e filo colorato delimitano le zone
più belle che da queste parti significano le piazzole più
riparate dal vento. Non posso credere ai miei occhi: qua, a 7.100
metri, nel cuore nord dell´Everest, mi ritrovo questi cavolo
di americani che con le loro cavolo di spedizioni commerciali hanno
mandato avanti gli sherpa per accaparrarsi i posti «al sole».
Non cambieranno mai, dunque. Nell´800 partivano di notte per
segnare i propri territori, mentre ora mandano avanti schiere di uomini
di fatica con picchetti e filo colorato.
Mi verrebbe voglia di strappare tutto e di mandarli al diavolo, ma
so che domani la mia tenda farebbe la stessa fine e non posso permettermelo.
Trovo così un ripido pendio al riparo di un enorme seracco,
due metri di altezza per avere una piazzola di due metri di larghezza.
Un gran lavoro di scavo che a queste quote si fa sentire, ma alla
fine sono soddisfatto del lavoro svolto. Sono partito alle 9.30 dopo
un´abbondante colazione fatta di proteine in polvere, due uova
sode con della pancetta fritta, müsli ed una buona razione di
tè. Lo zaino era già pronto da ieri sera, sempre dannatamente
pesante.
I primi passi su questa morena instabile e ripida mettono subito alla
prova il fisico. Il fiato non arriva, i polmoni tentano inutilmente
di pompare aria e le gambe sono dure come il legno. Pian piano trovo
il ritmo e le cose migliorano sensibilmente, allungo il passo e tutto
sembra girare per il verso giusto. Un´oretta e sono ai piedi
della parete di ghiaccio che porta direttamente al colle nord. Cinquecento
metri di dislivello fatto di blocchi azzurro cobalto in equilibrio
uno sopra l´altro con una lingua di neve che si srotola tra
di loro. Il percorso di salita.
Su questo pianoro nuovi blocchi di ghiaccio grandi come case mi rammentano
che l´equilibrio non sempre è una cosa duratura. Una
corda azzurra, un cordone ombelicale che ti porta tra questo labirinto,
penzola senza fretta dalla parete subito verticale. Attacco il mio
jumar e comincio a tirare, il ghiaccio vivo sotto i ramponi scricchiola,
una specie di acuto lamento per il dolore subito. Raggiungo due sherpa
che, prima stupiti e poi sorridenti per la velocità con cui
li ho raggiunti, si fanno da parte per lasciarmi passare. Qualche
parola di saluto, io in un inglese della val di Rabbi, loro in un
inglese di chissà quale valle del Nepal. Continuo a salire,
si alternano muri verticali a passaggi modello gatto silvestro e scale
di alluminio, inconsistenti ponti da attraversare, queste enormi bocche
spalancate verso il cielo. C´è chi si trascina come un
verme e chi più coraggiosamente le affronta in piedi, coi ramponi
che fanno presa su questi gradini mentre in mano un´esile corda
ti rassicura in caso di caduta. Altre persone da superare, sono quelli
dallo zainetto modello pacchetto di fazzoletti, non si spostano, ti
guardano con rabbia e ti obbligano a sganciarti per superarli di lato.
Loro, che la fatica del trasporto la fanno fare agli altri, non ammettono
che ci sia qualcuno più forte di loro.
Due ore e trenta e sono finalmente al colle nord. Ho viaggiato proprio
bene, speriamo che duri.
20 aprile, campo base avanzato
Eccolo! Lo vedo sbucare da questo uniforme muro bianco fatto di grossi
fiocchi di neve che da alcune ore scendono lenti e copiosi. Passo
leggero e sicuro, si muove rapido su questo impervio pendio reso ancora
più scivoloso dalla neve e dai sassi instabili. Avanza furtivo
ma di un furtivo modello «Babbo Natale», un grosso sacco
di tela bianca su una spalla ed un´enorme piccozza gli pende
dalla mano destra. L´omino del ghiaccio l´ho battezzato
ormai, sempre lui, tre-quattro volte al giorno si materializza davanti
al suo blocco di ghiaccio. Un´enorme mela verde-azzurro dove
i morsi della piccozza hanno lasciato il segno. Riempie il suo sacco
di schegge fredde ed azzurre frutto del suo tanto battere. Prima di
ripartire si gira per l´ultima volta e mi sembra di sentire
quella vocina che nella saga il Signore degli anelli dice «Il
mio tessoro». Scompare con la stessa velocità con la
quale era apparso, inghiottito dal nulla e piegato in due dall´enorme
peso, diretto chissà verso quale tenda per rifornire di acqua
dolce i fornelli sempre assetati.
Oggi per me è un giorno di riposo, viste le fatiche di ieri
e il brutto tempo. Mi godo in tutta tranquillità il divenire
sempre più bianco di questa valle, un passare lento di tonalità,
da un grigio uniforme via via sempre più verso un tappeto soffice
di fiocchi di neve. Polenta preparatami appositamente dal mio amico
Luigi Tamanini di Cles e speck alla grappa del Corrà di Coredo
riempono con soddisfazione il mio stomaco e il mio spirito con sapori
di casa.
21 aprile, campo base avanzato
Ho deciso di ritornare su di nuovo. Questa volta l´aria fredda
ha fatto desistere molti e così mi ritrovo da solo in viaggio
verso il campo uno al colle nord. Devo rifornirlo di altro materiale
per poter, nei giorni prossimi, installare il campo due. Com´è
bello il silenzio di questa montagna. È fin quasi doloroso,
abituati come siamo ormai al tanto rumore quotidiano: macchine, clacson,
urla, discoteche, aeroplani. Non riusciamo più a vivere su
tonalità più basse, ci spaventa il silenzio. Qua invece
diventa prezioso ogni rumore, un sasso che rotola, lo scricchiolio
di un seracco, un colpo di vento che ti arruffa i capelli. I ramponi
che mordono leggeri il ghiaccio e il respiro regolare sono una dolce
melodia che mi accompagna nella mia ascesa.
Forse questo tuffarsi nel rumore è un modo per non dover rientrare
in noi stessi, non dover risolvere ciò che urge irrisolto nel
profondo dell´anima. Non ascoltiamo più il nostro cuore
e men che meno quello degli altri. Queste grandi montagne insegnano
il silenzio, ti parlano, dialogano senza toglierti la parola. È
tempo di saper ascoltare!





