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Diego Giovannini

EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO

25 aprile - UNA CAREZZA ALLA CIMA

Due volti, non certo sorridenti ma provati dalla stanchezza del lungo viaggio. Sono loro, Claudio e Antonio, di nuovo in corso. Sono contento che siano ritornati, pronti a rimettersi in gioco. Con loro anche Fred e Emilie, una coppia francese di Chamonix. Lui sciatore estremo, mi racconta che vuol tentare assieme alla sua compagna la discesa del canalone Herbronner, ma vista la scarsità di neve prevedo che gli sci resteranno al campo base avanzato.
Per l´occasione preparo una carbonara come si deve e la tavola incomincia a popolarsi. Era una settimana che vivevo col cuoco, unici due sopravvissuti alla quota, ma ora le serate si protraggono fino a tardi, si ride e si scherza, e ci si scambiano le idee sui modi di affrontare la montagna. Intanto anche la morena circostante si sta colorando di tende, tendine e tendone.
Coi loro colori stravaganti ravvivano quel grigio uniforme spruzzato qua e là di resti di neve.
Penso che siamo al culmine degli arrivi, ormai tutte le spedizioni sono al campo base avanzato e devo dire che tutto sommato l´ordine regna sovrano. Tutto bene organizzato, non si devono in giro immondizie o roba abbandonata, ognuno tiene tutto in bell´ordine e questo mi rincuora. Wc chimici raccolgono quello che avanziamo per essere poi trasportato tutto a valle. Apriamo i bidoni di Claudio e Antonio e le leccornie non mancano di certo. Oggi festa, domani vedremo.


* * *


26 aprile, campo 1.
Nevica da qualche ora ormai, ghiacciati chicchi di neve battono regolarmente sulla mia tenda. Sono partito pigramente, ho fatto un abbondante pranzo a base di spaghetti e speck, la mèta è il campo 1. Già a metà percorso il tempo è cambiato, come al solito verso quest´ora del pomeriggio. Il cielo si chiude e dall´azzurro intensissimo passa ad un grigio cupo fatto di raffiche di vento e neve. Avanzo lentamente, sotto il peso di uno zaino ben pasciuto, la mia casetta è lassù ad aspettarmi, due metri quadri di tela e alluminio.
Purtroppo ho dimenticato di accendere il riscaldamento nei giorni scorsi e così la troverò fredda sicuramente. Dopo la scala di alluminio che attraversa il seracco, è la prima tenda che si incontra. È ancora là, aggrappata con i suoi sottili cordini al pendio di neve, tenace come il suo inquilino. In ambienti così piccoli tutto diventa complicato, spogliarsi, far sciogliere la neve, mangiare. Sempre col terrore che il fornelletto si ribalti e vada tutto a fuoco, riempio regolarmente la pentola di neve per ottenere dopo mezz´ora quei due litri di acqua distillata necessari per tutto.
Sono quasi le otto ed esco l´ultima volta per far pipì. Una piccola schiarita mi permette di vedere il campo base avanzato, un´infinità di luci, quasi un piccolo paesino di montagna risplende laggiù nella valle. La vita è là ora. Mi immagino le battute attorno ai tavoli, i cuochi indaffarati coi loro fornelli, coppe di caffè tenute in mano per riscaldarsi, qualche bottiglia di superalcolico arrivata miracolosamente intatta, che passa di bocca in bocca.


* * *


Cinquanta metri più in là una flebile luce e qualche rumore mi ricorda che quassù non siamo poi in molti. Mi infilo tranquillo nel mio leggero sacco piuma e medito sulla solitudine. Sorrido all´idea che molto probabilmente sono meno solo io quassù che molta gente in qualche condominio. Penso che la solitudine tutto sommato venga dal di dentro. Il disagio che ci portiamo appresso ci fa sentire soli anche in mezzo alla gente. Diffidiamo di tutto e di tutti e nella paura di perdere quel piccolo orticello che ci siamo faticosamente costruiti, ci isoliamo.
Quassù non ci sono orticelli o privilegi, quassù la solitudine è qualcosa di buono. Ti fa pensare, andare a fondo di te stesso, riesci a percepire la natura che ti circonda, ne senti la grandezza ma anche la dolcezza.
La raffica di vento che sbatte sulla tende con violenza può avere un suono delicato, uno stabilirsi dei giusti ruoli tra te e la montagna. Quassù si riacquista il valore del ritmo, spesso perduto, del giorno e della notte, del sole e della luna. Schiavi come siamo del mondo, utilitaristici e opportunistici, egoisti in balìa delle mode, con poco spirito verso i grandi ideali, e dimentichi del valore del passato, avremmo bisogno di un po´ di questo spirito che conduce alla montagna. Nell´èra dei motori, dove il nostro cuore non riesce più a starci dietro, dobbiamo imparare la rara arte di saper soffermarci... e la montagna può essere una grande maestra.


* * *


27 aprile.
La tenda si illumina di un arancio intenso, caldo e delicato. Sono i primi raggi di sole e il mio orologio segna solo le 6.30. Mi rigiro pigramente nel mio freezer. Le pareti sono tutte incrostate di cristalli bianchi. Appena le sfioro, un pulviscolo fresco mi ricopre tutto. Gioco alla pigrizia e mi crogiuolo al tiepido calore del sole, godendomi il miracolo del passaggio dalla brina alle gocce d´acqua che lentamente corrono lungo le increspature della tenda. Partono lente e poi via via sempre più veloci, giù anche loro verso il basso, a formare piccole pozze sul fondo della tenda. Apro la veranda e il sole è proprio davanti a me, accompagnato da una giornata stupenda, forse troppo blu per essere duratura. Sono le 8.30 quando finalmente calzo i ramponi, obiettivo allestire il campo 2 a 7900 metri. La strada fino a quota 7500 la conosco ma non per questo risulta essere più corta. Oggi è dannatamente freddo, le moffole di piuma sostituiscono subito i guanti e per la scomodità dovuta alla pendenza aspetto di raggiungere la piazzola a 7500 metri per infilarmi i pantaloni di piuma. Le mani, appena tolgo le moffole, si ghiacciano all´istante, ma devo pur togliermi l´imbrago, infilarmi i pantaloni, rimettermi l´imbrago. Cose semplicissime che quassù causa il freddo comportano mezz´ora di tempo. La giornata volge al brutto ma decido di proseguire lo stesso. La neve è finita lasciando il posto a sfasciumi verticali dove una povera corda azzurra indica la via. Inutile appendersi ad essa, non fai altro che smuovere i sassi sopra di te e tirarteli addosso.
A 7700 metri trovo un posto adatto alla mia microtendina. Due solidi chiodi da roccia a cui sono legate le corde fisse, fanno al caso mio. Spiano quel che posso nel terreno ghiacciato e alla fine mi ritrovo una tendina, più che appoggiata, appesa. Almeno il vento non se la porterà via. Abbandono in tenda lo zaino e proseguo verso l´alto, sto molto bene e mi piacerebbe toccare la mitica quota 8mila. Un mare di nuvole sotto di me corre veloce lungo la parete nord, per poi tuffarsi come una cascata lungo il versante est del colle nord. Uno spettacolo affascinante ma presagio di brutto tempo.
La cima è là, si staglia imponente nell´azzurro del cielo, mi sembra così vicina. Cammino ancora, 7900 metri, la bufera si è alzata e intravedo per l´ultima volta la cuspide dell´Everest. Allungo la mano, per sfiorarla come due innamorati che sanno che giorni grandi arriveranno e che per oggi devono accontentarsi di un saluto struggente ma dolce.
Sono in mezzo ai turbini di neve, ho dimenticato la maschera da sci al campo base e i miei occhiali fanno quel che possono. Neve fuori e ghiaccio dentro, dovuto alla condensa, impediscono di vedere dove metto i piedi. Sarebbe un grave errore togliermeli, per via dei raggi ultravioletti, e così mi accontento di alzarli ogni tanto per prendere la direzione.
Sono arrivato in fondo alle rocce, non c´è anima viva in giro ma non per questo sono preoccupato, ormai la strada di casa la conosco. Sono al campo 1 dove incontro Antonio che ha voluto salire fin quassù. Sono contento per lui, ci sediamo una mezzoretta nella mia tenda a riprendere fiato. È di nuovo il turno delle corde doppie, che ci depositano sul plateau finale. Lascio Antonio davanti a fare l´andatura, il suo procedere barcollante trasmette tutta la fatica fatta. «Se ti vedesse la polizia» gli dico scherzando «l´alcoltest non te lo toglierebbe nessuno».
Bipbip bip bip, non ho fatto in tempo ad accendere il telefonino che i messaggini mi hanno sommerso. Sessanta sms in una volta sola, un piacere gradito. Tanti amici ma anche lettori sconosciuti hanno voluto trasmettermi il loro affetto. Vi ringrazio di cuore, anche un bipbip da queste parti è una cosa preziosa.

 

 


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