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Diego Giovannini

EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO

Alpinisti taroccati

Una telefonata di un mio amico, gentile come sempre ma che alla fine mi dice «Ma non puoi scrivere che hai impiegato un’ora e 53 per arrivare al Colle Nord, mi sembri uno di quei pistaioli sempre col cronometro in mano». Forse ha ragione lui, ma penso sia arrivato il momento di mettere i puntini sulle i e di togliermi qualche sassolino dalle scarpe.
Vorrei far capire ai lettori, non certo tutti esperti di ottomila, come si svolge il gioco da queste parti. Per semplicità, paragoniamo la salita all’Everest ad una competizione, dove ai blocchi di partenza si schierano diverse categorie ma dove il risultato è unico: la cima. Vi sembrerebbe strano se in una corsa ciclistica mettessero assieme professionisti ed amatori o se l’Itas si scontrasse con una serie D e vincesse il primo che arriva o il più bravo. Qua non è così, si mette in campo di tutto per un solo vincitore.

Esistono varie categorie.

  1. Alpinisti (chiamiamoli pure così) molto facoltosi, disposti a spendere 150 milioni del vecchio conio, come direbbe il buon Bonolis, per giungere in vetta.
    Agenzie specializzate, soprattutto americane, che mettono a disposizione dei clienti i migliori sherpa, la miglior logistica e tecnologia. Mentre gli sherpa attrezzano i vari campi alti (simili ai campi base per comodità) questi alpinisti vanno avanti e in dietro dal campo base avanzato al campo base cinese per acclimatarsi. Ogni cliente ha a disposizione uno o due Sherpa, ossigeno a go-go e quanto di meglio ci si possa aspettare, compreso il vitto caldo in tenda.
  2. Gruppo di alpinisti, in media quattro, con due sherpa a disposizione. Questi ultimi attrezzeranno i campi alti mentre il trasporto degli effetti personali è a carico degli interessati e qui la fatica comincia a farsi sentire. L’uso di ossigeno viene fatto a partire dal campo 2 a 7900 metri.
  3. Gruppo di alpinisti, in media sei o sette, che si attrezzano i campi da soli, un lavoro di gruppo per portare in cima i più forti. L’ossigeno viene usato come ultima risorsa. Ognuno fa la sua parte, fatica compresa.
  4. Alpinisti come me, che si arrangiano, attrezzandosi i campi da soli e che non fanno uso di ossigeno (al momento mi risulta che siamo solo in due, io e uno svedese, su 35 spedizioni presenti).


Pronti attenti Via! A questo punto anche il più disattento dei lettori avrà capito che il gioco risulta un po’ taroccato, ma nessuno di quelli della categoria “a” verrà mai a dirvi che è arrivato in cima tirato per le orecchie da uno sherpa ed ingoiando tonnellate di ossigeno. Avrà la sua bella foto ricordo appesa in ufficio da mostrare con orgoglio agli amici, ennesima testimonianza del loro potere. Purtroppo l’80 per cento di chi arriva in cima, nel caso dell’Everest, è di questa categoria, mentre quelli come me dovranno probabilmente accontentarsi di un «quasi ce la facevo».
Ecco allora spuntare quell’ora e 53, frutto di anni di allenamenti e sacrifici e di un regalo che la natura ha voluto farmi donandomi una capacità molto elevata di adattamento all’alta quota. Riesco ad andare tre volte più veloce degli altri, e questo mi permette di superare o di fare i salti mortali lungo questa parete, posso guardare direttamente negli occhi invidiosi di questi signori dai portafogli gonfi e far capir loro che possono sì recintarmi la montagna, possono sì comprarsi la cima, ma non potranno mai comprarsi i miei polmoni, le mie gambe e men che meno il mio cuore. La leggerezza con cui salgo non la conosceranno mai, appesantiti come sono dalle loro carte di credito, perché è anche frutto di un amore verso la montagna che viene dal di dentro e, come recita una famosa pubblicità, «chi segue gli altri non arriverà mai primo», e a loro non resterà che stare in coda, in ordinata fila lungo le corde fisse.
Avrete capito a questo punto chi mi sta sulle scatole, coi loro dannati soldi si stanno comprando tutto, stanno mandando il mondo a rotoli e noi stiamo a guardare, ma quel piccolo «un’ora e 53» posto in cima al Colle Nord, piantato tra i vari recinti, sarà per questa stagione un piccolo grido contro questa grande ingiustizia!
Un grazie a Vittorio, Toio per gli amici, che con la sua telefonata a saputo stuzzicarmi!
Grazie pure per i tanti messaggini ricchi di poesia. Vedere che in questo tempo di imbarbarimento del linguaggio, dell’uso di frasi precotte, molti ancora usano la testa prima delle dita fa molto piacere all’anima.

 


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