EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO
Alpinisti taroccati
Una telefonata di un mio amico, gentile come sempre ma che alla
fine mi dice «Ma non puoi scrivere che hai impiegato un’ora
e 53 per arrivare al Colle Nord, mi sembri uno di quei pistaioli sempre
col cronometro in mano». Forse ha ragione lui, ma penso sia
arrivato il momento di mettere i puntini sulle i e di togliermi qualche
sassolino dalle scarpe.
Vorrei far capire ai lettori, non certo tutti esperti di ottomila,
come si svolge il gioco da queste parti. Per semplicità, paragoniamo
la salita all’Everest ad una competizione, dove ai blocchi di
partenza si schierano diverse categorie ma dove il risultato è
unico: la cima. Vi sembrerebbe strano se in una corsa ciclistica mettessero
assieme professionisti ed amatori o se l’Itas si scontrasse
con una serie D e vincesse il primo che arriva o il più bravo.
Qua non è così, si mette in campo di tutto per un solo
vincitore.
Esistono varie categorie.
- Alpinisti (chiamiamoli pure così) molto facoltosi, disposti
a spendere 150 milioni del vecchio conio, come direbbe il buon Bonolis,
per giungere in vetta.
Agenzie specializzate, soprattutto americane, che mettono a disposizione dei clienti i migliori sherpa, la miglior logistica e tecnologia. Mentre gli sherpa attrezzano i vari campi alti (simili ai campi base per comodità) questi alpinisti vanno avanti e in dietro dal campo base avanzato al campo base cinese per acclimatarsi. Ogni cliente ha a disposizione uno o due Sherpa, ossigeno a go-go e quanto di meglio ci si possa aspettare, compreso il vitto caldo in tenda. - Gruppo di alpinisti, in media quattro, con due sherpa a disposizione. Questi ultimi attrezzeranno i campi alti mentre il trasporto degli effetti personali è a carico degli interessati e qui la fatica comincia a farsi sentire. L’uso di ossigeno viene fatto a partire dal campo 2 a 7900 metri.
- Gruppo di alpinisti, in media sei o sette, che si attrezzano i campi da soli, un lavoro di gruppo per portare in cima i più forti. L’ossigeno viene usato come ultima risorsa. Ognuno fa la sua parte, fatica compresa.
- Alpinisti come me, che si arrangiano, attrezzandosi i campi da soli e che non fanno uso di ossigeno (al momento mi risulta che siamo solo in due, io e uno svedese, su 35 spedizioni presenti).
Pronti attenti Via! A questo punto anche il più disattento
dei lettori avrà capito che il gioco risulta un po’ taroccato,
ma nessuno di quelli della categoria “a” verrà
mai a dirvi che è arrivato in cima tirato per le orecchie da
uno sherpa ed ingoiando tonnellate di ossigeno. Avrà la sua
bella foto ricordo appesa in ufficio da mostrare con orgoglio agli
amici, ennesima testimonianza del loro potere. Purtroppo l’80
per cento di chi arriva in cima, nel caso dell’Everest, è
di questa categoria, mentre quelli come me dovranno probabilmente
accontentarsi di un «quasi ce la facevo».
Ecco allora spuntare quell’ora e 53, frutto di anni di allenamenti
e sacrifici e di un regalo che la natura ha voluto farmi donandomi
una capacità molto elevata di adattamento all’alta quota.
Riesco ad andare tre volte più veloce degli altri, e questo
mi permette di superare o di fare i salti mortali lungo questa parete,
posso guardare direttamente negli occhi invidiosi di questi signori
dai portafogli gonfi e far capir loro che possono sì recintarmi
la montagna, possono sì comprarsi la cima, ma non potranno
mai comprarsi i miei polmoni, le mie gambe e men che meno il mio cuore.
La leggerezza con cui salgo non la conosceranno mai, appesantiti come
sono dalle loro carte di credito, perché è anche frutto
di un amore verso la montagna che viene dal di dentro e, come recita
una famosa pubblicità, «chi segue gli altri non arriverà
mai primo», e a loro non resterà che stare in coda, in
ordinata fila lungo le corde fisse.
Avrete capito a questo punto chi mi sta sulle scatole, coi loro dannati
soldi si stanno comprando tutto, stanno mandando il mondo a rotoli
e noi stiamo a guardare, ma quel piccolo «un’ora e 53»
posto in cima al Colle Nord, piantato tra i vari recinti, sarà
per questa stagione un piccolo grido contro questa grande ingiustizia!
Un grazie a Vittorio, Toio per gli amici, che con la sua telefonata
a saputo stuzzicarmi!
Grazie pure per i tanti messaggini ricchi di poesia. Vedere che in
questo tempo di imbarbarimento del linguaggio, dell’uso di frasi
precotte, molti ancora usano la testa prima delle dita fa molto piacere
all’anima.





