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Diego Giovannini

EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO

Il suo sogno è sfumato - 1° maggio 2005

Data importante, ma da queste parti è un giorno come un altro, un alzarsi del sole lento come ieri. Si vive alla giornata, legati come siamo alle bizze del tempo.
Più passano i giorni e più la mia posizione cambia. Da verticale si sta pian piano portando su una posizione orizzontale. Le ore che passo sdraiato sono tante, anzi tantissime ed in continuo aumento. Vuoi per pigrizia, vuoi per necessità, comincio ad osservare il mondo da un altro punto di vista: dal di sotto.
Oggi la giornata è piuttosto calda e la veranda aperta della mia tenda è un palcoscenico ideale per le mie osservazioni. Passano le persone, ma la prima cosa che noto sono le loro scarpe, la parte del loro corpo alla mia altezza, la testa è lassù lontana e insignificante. Queste scarpe raccontano di lunghi viaggi tra queste pietraie, consumate in punti differenti ostentano l’andatura di chi le indossa. A volte pigre a volte veloci, tradiscono sempre l’indole del possessore. Lucide e colorate, che profumano ancora di scatola, con poca vita nei piedi e che inseguono sogni, avanzano lente, anzi lentissime, con passo incerto su questa morena scomposta.
Sento il loro passo pesante anche quando sono ormai sparite dallo specchio della mia porta.
Potrei scrivere pagine intere su personaggi guardando solo le loro scarpe. Si sa, a volte un’espressione la si può controllare, ma all’andatura e allo stato delle scarpe non ci pensa nessuno e qui la vera indole si mostra.
Passa uno yak, animale che cammina sempre a testa bassa ed ecco che possiamo finalmente guardarci negli occhi. Neri come il carbone, incastonati in un muso rettangolare, sovrastati da due corna regali ed affilate ed un folto pelo lungo fino a terra. Con la sua testa occupa tutto lo spazio della mia veranda. Vedo più indifferenza che curiosità nel suo sguardo, fierezza e non rassegnazione. Un fischio e si mette in movimento seguito a breve distanza da un paio di scarpe.
Ora la porta è libera da figure, libera di mostrarmi il cielo. Che bello non dover alzare gli occhi per osservarlo, dalla mia posizione basta aprirli e lui è lì. Di un blu intenso come sa essere solo a queste quote, lo vedo ricamarsi di nuvole passeggere. A volte sottili e leggere, quasi trasparenti, lembi bianchi che si spostano con grazia, queste nuvole quasi timide, sembrano pentirsi di aver sporcato questo blu e proseguono il loro cammino senza voltarsi indietro come se il loro futuro sia da qualche parte oltre l’orizzonte.
A volte grigie e pesanti, cariche di tempesta, avanzano senza fretta sapendo di essere loro le protagoniste. Grasse e rubiconde riescono a nascondere il blu del cielo, indifferenti alle proteste dei raggi di sole se ne vanno quando anno finito i loro sporchi comodi, pioggia o neve che siano. Di forma lenticolare, spinte da venti impetuosi, queste nuvole in balia del vento non possono far altro che attraversare il mio spazio di osservazione ad una velocità folle.
Sono ore che sto qua sdraiato ed il freddo è arrivato di soppiatto; chiudo la mia finestra sul mondo e mi preparo per la cena.
Quando gli amici mi chiederanno cosa ho fatto oggi, gli risponderò con serenità: «Ho guardato le nuvole passare».

* * *

2 maggio 2005

Claudio se ne va. Domani, la strada che porta verso il campo base cinese sarà tutta in discesa. Dopo settimane di tentativi inutili, di dolori alla testa, di gambe che non vanno, ha deciso di gettare la spugna. Un anno di preparazione, fatto di sacrifici economici e fisici, allenamenti e rinunce ed ecco, in un attimo tutto va in fumo. Il grande sogno si dilegua come la striscia di vapore che esce dalla cucina, dissolvendosi come neve al sole. Nemmeno un tentativo, nemmeno una possibilità di poter gettare lo sguardo dal Colle Nord, solo un girovagare spossato al campo base avanzato. Non esistono due sogni "Everest" per la maggior parte della gente. Arrivati a questo punto, non riesci nemmeno a rimanere come supporto per il tuo amico, la delusione penso sia così grande che solo nei meandri della routine quotidiana può assopirsi. E così via, verso casa, per gettarsi alle spalle il sogno mancato.
Mi spiace vedere un amico andare via. Anche se lo conosco da poco, posso dire che è una persona in gamba, molto sensibile e generosa. Da queste parti non puoi bluffare per molto, quello che sei veramente viene allo scoperto subito e così ho conosciuto questo ragazzo con un sogno da campo tre (8300 metri), conscio che la cima sarebbe stata troppo per lui.
Oggi sono arrivati altri cinque spagnoli, quattro ragazzi ed una ragazza, la famiglia al campo base si sta facendo numerosa. Sembra un gruppo simpatico come lo sono in genere gli spagnoli, e questo e di buon auspicio.

 


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