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Diego Giovannini

EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO

Solo come un cane - 4 maggio 2005


È la settima volta che raggiungo il colle nord. È diventata ormai una passeggiata mattutina. Parto verso le 10 e per l´una sono a pranzo al campo base. Mi piacciono queste galoppate, mi tengono in forma le gambe, i polmoni ma soprattutto la testa.
Solito passo veloce, transito davanti ad un gruppo di alpinisti e proseguo il mio cammino. Con mia sorpresa vedo uno staccarsi dal gruppo e con un passo più che veloce cominciare a seguirmi. Che bello, finalmente un po´ di battaglia, l´adrenalina comincia a scorrere e i polmoni a pompare. Un po´ di sano agonismo fa bene anche a queste quote.
Arrivo per primo all´inizio delle corde fisse e parto in quarta, da queste parti un bluff dura poco e, se veramente quello che mi segue ha fiato da vendere, questo è il vero banco di prova. Lo vedo partire anche lui, cinquanta metri dietro di me. Sarà dura tenerlo a distanza ma, man mano che saliamo in alto, il distacco aumenta, sul muro verticale attacco e lo vedo sbucare quando sono ormai lontano.
Non molla di certo ma ormai il mio vantaggio è incolmabile. Un’ora e 29 e sono al colle. Con un po’ di sale sulla coda ho superato me stesso.
Controllo che nella mia tendina sia tutto a posto e ritorno verso valle. Quello che incontro e che mi seguiva scopro essere Brunaud, il pluricampione del mondo di ski running, all’Everest a tentare il record di salita e discesa senza ossigeno. Mi fermo a scambiare due chiacchiere. Persona simpaticissima, sta anche lui allenandosi. Mi racconta che del suo team fanno parte dieci guide valdostane e quattro sherpa. L’appoggeranno lungo il percorso il giorno in cui tenterà il record. Un arrivederci al campo base per una birra, e via. Faccio la doppia dal seracco e con mia grandissima sorpresa trovo un cane, nerissimo, con striature bianche sul muso, di taglia media, che mi guarda da sotto in su mentre scendo. Resto sconcertato
dal fatto di trovare un cane a 6700 metri, solo, che mi osserva dolcemente con i suoi occhioni neri.
Si fa tranquillamente accarezzare ed incomincia a seguirmi lungo i pendii sottostanti. Agilissimo, non ha paura né del verticale né del ghiaccio duro. Proseguiamo sul plateau finale fianco a fianco come due vecchi amici di viaggio. Sempre al mio fianco anche lungo la morena, ogni tanto alza lo sguardo così, per vedere se tutto va bene. Arriviamo in prossimità delle prime tende ed ecco che in un attimo scompare, inghiottito da qualche profumino.
Se n’è andato com’era comparso. Alla prossima, bel simpatico cagnolino.

5 maggio 2005

Everest! Seduto su un mucchio di neve, in compagnia di alcuni sherpa, provo a chiedere loro perché,
sempre secondo loro, noi alpinisti occidentali vogliamo salire questa mistica montagna. Si guardano
tra di loro e scoppiano a ridere. Il più vecchio mi dice che in fondo sono più di ottant’anni che ci accompagnano su questa montagna, prima i loro padri, ora loro, ma il motivo non l’hanno ancora capito. Forse, dice uno, è perché vogliamo farci un grande nome; o forse è proprio perché ci piace.
Semplici parole che racchiudono in sé l’inutilità di salire questa montagna per il popolo sherpa. Loro lo fanno per vivere, non per piacere. Portano a termine il lavoro assegnatogli, ma della cima non sanno che farsene, al massimo un biglietto da visita in più per un prossimo ingaggio. La grande Chomolungma, la dea madre, è custodita dagli spiriti dell’antica religione tibetana, è la loro dimora e questo a loro basta. Prima di partire, ogni mattina, accendono degli incensi posti in una ciotola di riso per scusarsi del disturbo loro arrecato nella salita.
Forse hanno ragione loro, con la loro consueta semplicità hanno espresso un concetto molto più grande: noi alpinisti occidentali vogliamo in fondo raggiungere la dimora degli dei.

 

 


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