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Diego Giovannini

EVEREST: DIARIO DI VIAGGIO

Andrò in cima tutto d'un fiato - 7 maggio 2005

Sono tornato nella civiltà delle macchine. Dopo 23 giorni a 6400 metri, ho deciso di prendermi qualche giorno di ferie e di scendere al campo cinese. Il tempo si manterrà ventoso almeno fino al 13 maggio e così sono sceso a rimettermi in sesto, ad ossigenarmi i polmoni e lo stomaco. Oggi finalmente ho potuto godermi il delicato sapore di un pollo al curry e di una buona birra fresca. Piccoli piaceri che rincuorano lo spirito e il fisico.
Qua, durante la notte, il termometro scende di pochi gradi rispetto ai meno 23 del campo avanzato e così si può la sera tirar tardi e non dover tuffarsi nel saccopiuma per trovare un minimo di calore.
Tanti alpinisti si sono trasferiti da queste parti nell´attesa del giorno propizio per la salita. Lassù ormai è tutto pronto, una tregua in vista dell´assalto finale.
Due giorni fa sono salito fino a metà strada verso il Colle Nord, ma ho dovuto rinunciare per via del pericolo di valanghe. La neve fresca caduta abbondantemente nella notte ed il forte calore mattutino avevano reso il manto nevoso instabile e pericoloso, ed i grandi pendii sovrastanti invitavano alla prudenza.
Era bellissimo perché non c’era nessuno, rarissima occasione di un po’ di solitudine. Un amminare tranquillo con lo sguardo libero di spaziare lungo queste creste, un riempirsi l’animo di silenzio e vento, un sognare la cima come ultimo grande regalo.
Non oso pensare come potrà essere il giorno in cui una «finestra » di bel tempo si aprirà e non decine ma centinaia di persone, tra sherpa ed alpinisti, si incammineranno contemporaneamente verso la cima. Il pericolo a questo punto non sarà più la montagna, ma il super affollamento della parete. Un’unica corda
fissa con appese centinaia di persone, tutte in fila, lente, lentissime.
Un unico serpentone che si contorce verso l’alto. Questo è l’Everest, questa è la sua salita, una lunga interminabile schiera fatta di fatica, di lentezza e di ossigeno.
Ma oggi è un giorno tiepido e mentre scendo questi 20 chilometri che mi separano dal campo cinese ho ancora voglia di gustarmi la pace che mi accompagna. Solo qualche portatore interrompe questo mio lungo e silenzioso peregrinare, qualche faccia a distrarmi da un paesaggio fatto solo di sassi e ghiaccio; eppure bastano i primi odori di erbe secche ma aromatiche ariempirmi il cuore di nostalgia.
Sentire la vita salire da queste pietraie, questi profumi così evanescenti ma nello steso tempo intensi mi portano con la mente verso casa, verso le persone care e che ami ed allora i pensieri si allontanano, volano, corrono ed affiorano i ricordi, scrigno di un’energia positiva che ti fa tener duro, che non ti fa mollare anche se le pietre sotto la schiena, la notte, sono dure.

* * *

9 maggio

Nessuno vuole venire con noi, né i miei compagni (che non ho), né le guide del suo staff. Così ci troviamo da soli a salire i fianchi di questa montagna che costeggia il campo base cinese. Il pizzetto appena accennato, capelli neri con qualche striatura bianca, gli occhi azzurri, vispi e quel suo accento un po’
francese fanno di Bruno Brunoud un giusto compagno di scorribande.
Entrambi classe ’62, ci troviamo a parlare del più e del meno, e devo devo che sui suoi racconti ci sarebbe da scrivere non due righe appena, ma un bel libro. Di professione muratore, in questi ultimi tre mesi ha sommato otto ore di lavoro a duemila metri di salita da farsi la sera per raggiungere il rifugio Teodulo a quota 3500 metri.
Corsettina al mattino fino alla cima del Braithorn, 4200 metri, per ridiscendere poi al lavoro. Una vita forse non da atleta, ma di fatica sicuramente. Quattro figli, col quinto in arrivo, pensa di smettere finita questa esperienza per dedicarsi a tempo pieno alla costruzione della sua nuova casa.
Ora che i giorni buoni per la cima si stanno avvicinando, voglio confidarvi il mio vero progetto. Pensato tanto tempo fa, mentre correvo su e giù per la val di Rabbi, oggi si sta delineando e la sua fattibilità sembrerebbe alla mia portata. I test fatti fino ad ora mi danno un certo margine d’ottimismo. Voglio provare a salire all’Everest in giornata, dal campo base avanzato alla cima andata e ritorno nonstop.
Una lunga cavalcata di circa venti ore. Brunoud tenterà la cima invece dal campo base cinese con un tempo che abbiamo calcolato sulle trenta ore.
È stato un vero colpo di fortuna incontrarci, così possiamo pianificare assieme il miglior modo di progredire, scambiandoci opinioni e consigli e facendoci, all’occorrenza, un po’ di coraggio a vicenda.
Non è un azzardo quello che proverò a fare, ma una scelta ponderata. Manterrò un margine di sicurezza dandomi un tempo limite per la salita, ed avendo installato due campi alti come rifugio. Ho solo bisogno
d’una giornata priva di vento e con qualche alpinista che abbia già tracciato la via di salita oltre gli 8300 metri, senza dimenticare l’aiuto che la montagna dovrà darmi, assieme ad uno sguardo benevolo di quel Dio che abita lassù.

 


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