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Diego Giovannini

GHASERBRUM II : DIARIO DI VIAGGIO

Lunedì 14 giugno

Finalmente si parte. Non vedo l’ora di mettere più chilometri possibili tra me ed Islamabad. La mitica Karakorum Highway scorre veloce sotto le gomme di questo pulmino lanciato a folle velocità. La notte si alza lentamente dal fondo di queste gole allungando le sue ombre sui fianchi delle montagne, coprendo lentamente villaggi, case e persone.
Il buio è totale e nero come non mai quando, finalmente, questo lungo nastro d’asfalto, costellato da buche di tutte le dimensioni, mi porta a Besham, anonimo paese simile a tanti altri e costituito da una strada in mezzo e da una fila di case a destra ed a sinistra. Sdraiato nella mia camera sento il ritmico ruotare delle pale del ventilatore. Il caldo non vuole uscire da queste quattro pareti, mi gira intorno. Si attacca alla pelle come una maglietta. Gocce di sudore scivolano lentamente lungo la schiena radunandosi sul lenzuolo ormai fradicio. Di dormire non se ne parla nemmeno.

Martedì 15 giugno

Sveglia alle 5.00. C’e una luce strana questa mattina. Odore di pioggia, di terra umida che si alza fino al secondo piano di questo hotel. In lontananza il fronte di un temporale si avvicina veloce. Folate di vento mi portano le prime gocce di pioggia, grosse e frizzanti. Mi trovo a sorridere a questo spettacolo così unico e affascinante. Ombre scure attraversano invece il volto del nostro autista che osserva questo spettacolo con apprensione. Capirò poi, il perché della sua preoccupazione. Passa l’acqua, passa il temporale e passa pure l’ansia del “ Driver “.
Si parte, di colpo la strada si restringe ad una sola carreggiata e quello che ci sovrasta è un unico, interminabile pendio ricoperto da enormi massi in bilico, pronti a rotolare da un momento all’altro.
Alcuni sono gia qui sulla strada, freschi, seguiti da un rivolo di fango, segno che la minaccia non è poi così remota ed obbligano il pulmino ad uno slalom speciale. Fortuna che ha smesso di piovere.
La strada corre parallela all’Indo, un fiume meraviglioso, enorme e pigro, color cioccolato. Spiagge bianchissime si alternano a impervie pareti multicolori. Quando i torrenti che scendono dai fianchi delle montagne si uniscono al grande fiume, creano con le loro acque verdissime uno scenario mozzafiato. Una striscia di colore turchese che si infila in un mare di cioccolato, dando origine ad una tavolozza di sfumature e di disegni indescrivibili.
16 ore e sono finalmente a Skardu. 2300m di altezza, in un ampia valle, quasi una pianura, circondata da monti di tinta ocracea se vicini e bassi, di colore invece azzurro se più lontani ed alti.
L’aria è fresca, leggera e secca, il sole caldo e sincero. La brezza porta un sottile profumo di piante in fiore e di frutti maturi.
Sono alloggiato al K2 hotel, una costruzione a due piani con molte stanze, che sorge all’ombra di un filare di pioppi altissimi. I suoi giardini guardano direttamente sul greto vastissimo di pietrisco grigio in cui scorre l’Indo, in questo tratto ampio e liscio color delle messi mature o dell’acciaio, a seconda delle ore.

Giovedì 17 giugno

La meta per oggi è Askole. Le jeep sono piene, quattro persone per veicolo ed i bagagli su un’altra vettura. Si parte presto come sempre e la strada prima asfaltata diventa ben presto bianca.
Le oasi verdi che si susseguono in questo paesaggio aridissimo portano stupore e gioia a chi le vede. Sembra impossibile che frutteti di albicocchi possano sopravvivere in questo deserto di sabbia e roccia. Il viaggio continua, si attraversa qualche ponte fatto di assi e cordini che al passaggio della jeep esprime tutto il suo disappunto. Un ondeggiare che ricorda molto una barca in mezzo al mare.
Ora la valle si restringe. Il verde è sparito così pure i villaggi. Siamo ormai nella valle del Braldù.
Qui i ghiacciai e le acque hanno scavato profondamente la roccia. Il fiume scorre tortuoso e con fracasso, tra blocchi colossali caduti dai fianchi delle montagne. Il fiume prima largo, si restringe in una gola profonda e strettissima. Le pareti di pietra grigia e compatta hanno forme stupende, onde modellate dai colori più impensati. Il protagonista è solo lui, il Braldù, color terra e dalla forza spaventosa che furibondo si lancia tra queste pareti ad una velocità spaventosa. Due sentimenti opposti ti arrivano al cuore alla sua vista, fascino e paura.
La strada stretta, strettissima corre lungo i fianchi di questa gola. Non so se definirla alta ingegneria o semplicemente pura pazzia. Semplici terrazzamenti scavati nei fianchi di queste montagne e sorretti da muri a secco. Sassi grandi come case in bilico, poggiati lì dove neppure le leggi della fisica li vorrebbero. Silenziosi, coi loro sguardi forse malinconici, a sorreggere il “ fato “.
Ma chi siamo noi, viaggiatori, chiusi in questa scatola di sardine, che sfidiamo le leggi della natura, rassegnati ormai al destino. Guardiamo con noncuranza questi massi sospesi, questi precipizi, questi esili ponti e non percepiamo il pericolo. Sembra di vivere attraverso un film. Immagini che scorrono sul parabrezza della jeep mentre noi siamo al sicuro sul divano di casa nostra.
Alì, (qua si chiamano tutti Alì), il nostro autista, sta pigiando come un dannato sul pedale del freno ma risultati non se ne vedono. Dopo qualche gesto e qualche termine risicato in inglese capiamo che i freni sono “finish “. Ci aspetta una discesa di un paio di chilometri tutta a tornanti dove la vettura deve manovrare per girare almeno tre volte, “Insh’Allah” ci ripete continuamente, arriveremo in fondo sani e salvi, in soldoni “ se Dio vuole” arriveremo in fondo sani e salvi. Su questo ho parecchi dubbi e per dare una mano ad “Insh’Allah” salto giù ad ogni tornante con la scusa del filmare, la fortuna me la riservo per più avanti.
Siamo in fondo alla scarpata finalmente, questo Dio ha gettato non solo un occhio di riguardo, ma penso tutti e due.
La strada ora sale per fortuna, il fiume ci accompagna col suo rumore sordo e di tempesta.
Dopo 14 ore e 150 km eccoci ad Askole. Qua i motori si spengono, d’ora in poi solo il rumore dei miei passi mi accompagnerà.

 

 


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