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Diego Giovannini

GHASERBRUM II : DIARIO DI VIAGGIO

Martedì 13 luglio

Quattro giorni di neve, la situazione incomincia a farsi critica. Siamo fermi al campo 2 e la strada per il campo 3 sembra diventata impossibile per la troppa neve. Così con Patrik decidiamo di cambiare obiettivo, passare al GI dove due forti spedizioni hanno attrezzato il Coluar dei Giapponesi fino a 6800m. Partiamo dal CB e andiamo direttamente al C2 a recuperare il materiale e la tenda per poi scendere al C1 e proseguire per il C2 del GI ma giunti ai piedi del coluar, una grande slavina si porta giù una parte di corde ed ancoraggi schivando per puro caso due sherpa. Non ci resta che ritornare al C1 con le pive nel sacco.

14 - 21 luglio

Campo base durante una tempesta di neveCB e neve. Neve e CB, le previsioni ormai danno brutto almeno fino alla fine del mese. E’ finita, il 29 si torna a casa e la possibilità di salire si dilegua come neve al sole. Mesi e mesi passati a correre su giù dalle mia montagne, un “mazzo” grande come una casa ed eccomi qua, costretto nella mia tenda per quaranta giorni. Invidio in questo momento i miei amici spagnoli e Patrik che hanno avuto il coraggio di mollare tutto ancora il 16 e di ritornarsene a casa. Il morale e così basso che non alzo nemmeno più lo sguardo verso questa montagna che tanto mi aveva affascinato alla prima occhiata. Non riesco a capacitarmi di come possa avermi tirato un “pacco” cosi grosso. La montagna per me non è uno sport, è la mia vita. E lei lo sa. Chiedo solo di poter salire un po’ in alto, di uscire da questa valle per assaporare un attimo di cielo. Sentire l’altezza scorrermi nelle vene e riempirmi il cuore di quella pace che solo lassù è possibile trovare.
Mi sembra di aver buttato due mesi della mia vita alle ortiche. Non ho concluso praticamente niente. Sdraiato nella mia tenda faccio il conto delle ore che dormo ogni giorno. Dodici, quattordici, sedici ore, praticamente passo il mio tempo in orizzontale. Mi sto abituando a vedere il mondo da un altro punto di vista. Non sento più nemmeno i sassi sotto la schiena, abituatasi ormai a seguire le pieghe e le asperità del terreno.

Oggi la montagna è silenziosa, non so dire quando esattamente ha smesso di parlare. Ha chiuso bottega calando poco a poco la saracinesca. Un acquietarsi quasi inevitabile. Come se avesse semplicemente esaurito gli argomenti di conversazione e non le restasse altro da dire.
Il suo silenzio non è scomodo. Né invadente. Non è un silenzio d’accusa o di protesta, quanto piuttosto una specie di letargo.
Vorrei poter acquistare la capacità di confondermi con qualsiasi sfondo, neve, roccia, cielo, di apparire inanimato e quasi invisibile ad un occhio poco attento. Vorrei occupare pochissimo spazio nel mondo per poter entrare nel cuore di queste montagne, affacciarmi alla loro finestra. Ma so benissimo che non posso entrarci perché ormai sono stato chiuso fuori. E quando guardo dentro attraverso i vetri vedo solo ombre. E quando cerco di sentire qualcosa, sento solo bisbigli. E non riesco a decifrarli quei bisbigli, perché la mia mente è invasa da una tristezza. Una tristezza che ho vinto e perso. Il tipo peggiore di tristezza. Una tristezza che fa prigionieri i sogni.

Giovedì 22 luglio

Con Paolo,un’alpinista piemontese, decidiamo di salire al C1 per recuperare ognuno la propria roba. Tanto per cambiare nevica ma la cosa non ci tocca poi tanto, in fondo è quello che ha fatto da quasi due mesi a questa parte. Arrivo al C1 un po’ prima di Paolo e incomincio a scavare per recuperare la mia tenda ormai completamente sommersa dalla neve. Dopo un oretta riesco a portarla alla luce e trasferirla in un ‘altro posto. Intanto mi ha raggiunto Paolo e lo aiuto a fare lo stesso lavoro con la sua tenda. Decidiamo di dormire assieme, la sua tenda è bella grande e far due chiacchiere aiuta a farsi passare il tempo. Intanto la neve non smette mai di farci compagnia, coi sui grossi fiocchi ricopre in un attimo qualsiasi cosa, noi compresi. Si cena presto da queste parti, la tradizione vuole che alle cinque siano gia tutti a dormire e noi per non essere da meno rispettiamo alla lettera i dettami. Un pezzo di grana, due fette di spek, una razione di liofilizzati, il tutto condito con un litro di tè caldo ed il “dinner” è pronto. Saccopiuma tirato su fino alle orecchie e sogni d’oro.

 


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