GHASERBRUM II : DIARIO DI VIAGGIO
Lunedì 26 luglio
La sveglia suona alle due. E’ sempre difficile abituarsi a
queste levatacce ma oggi è il grande giorno. Non ho molto da
preparare, un sorso di te ed una barretta al cioccolato tanto per
riempire lo stomaco. Il “ camelbak” è gia pronto
da ieri sera e mi ha fatto compagnia tutta la notte infilato sotto
il piumino perché non si ghiacciasse. Solo due litri d’acqua
e la telecamera, altro non mi serve. Sono le tre e pian piano ci avviamo.
Quattordici persone in fila indiana con il primo che cerca la via
giusta seguito dagli altri in silenzio. Solo i rumore di un respiro
pesante e faticoso rompe questa quiete. Quattordici polmoni che pompano
aria, che cercano di farsi bastare quel poco ossigeno che si trova
da queste parti . Quattordici cuori che battono impazziti, non più
nel petto ma in gola.
Si viaggia cosi, la marcia scandita dal lento alternarsi di chi batte
traccia, di chi sta davanti affondato fino alla coscia in una neve
inconsistente. Dopo neanche un’ora siamo rimasti in cinque,
gli altri hanno incominciato a defilarsi ed il lavoro si fa più
duro. E’ sempre il proprio turno di star davanti e questo traverso
sotto la “piramide” non finisce mai. Man mano che passa
il tempo la notte svanisce lasciando il posto ad una luce azzurra,
fredda.
Ora mi rendo conto dove siamo, quale pendio stiamo tagliando. Getto
di tanto in tanto un occhiata al salto sottostante e non oso pensare
a cosa potrebbe succedere se si staccasse. La neve è tanta,
tantissima. Siamo alla fine del traverso ed anche alla fine dei cambi.
Mi faccio da parte per far passare avanti un altro ma dietro non c’è
più nessuno. Sono ormai distanziati lungo il pendio e così
decido di proseguire da solo. Mi sento bene ed anche se mi mancano
ancora quattrocento metri di dislivello da fare non mi scoraggio.
So per certo che tre coreani sono saliti ieri in cima seguendo un'altra
via la quale ha l’ultimo tratto in comune con quella che sto
salendo io. Confido nella loro traccia per salire agevolmente l’ultimo
tratto.
In alto, oltre il profilo della montagna, vedo sbuffi di neve salire
in alto. Vento forte dunque, quello che mi arriva in faccia , appena
sbuco fuori dall’intaglio per salire al platou superiore. La
traccia dei coreani è sparita come è sparita la mia
illusione di arrivare in cima senza troppa fatica. Un pendio sui
cinquanta gradi mi si para davanti. Bello, ripido, lungo e carico
di neve. Affondo, penso sia il termine giusto, in questa farina inconsistente.
Il vento mi turbina in torno obbligandomi a mettere la maschera ,
ma non è freddo, è un vento per così dire piacevole.
Questo pendio non finisce mai. Non riesco a capire dove diavolo sia
la cima. Mi illudo che sia ora, quel pinnacolo sulla destra, ora quell’altro
sulla sinistra. Da sotto è difficile capacitarsi. Finalmente
vedo in alto alcune tracce lasciate su una paretina ghiacciata. Ancora
trenta metri e sono sulla cresta che porta alla cima. Affilata, elegante,
semplicemente perfetta. Salgo a cavalcioni sulla cresta e passo sul
lato opposto della parete trovandomi per incanto in Cina. Niente passaporti
o visti questa volta, il confine da
queste
parti non è presidiato. Con mia grande sorpresa scopro che
la traccia dei coreani finisce qua, a trenta metri dalla cima. La
placca di neve ventata che mi si para davanti deve aver spaventato
anche loro. Non so cosa fare, non riesco a valutare la consistenza
di questa cornice. Se parte mi faccio un voletto di tremila metri.
Non è perniente freddo e così decido di aspettare che
arrivino gli altri per decidere assieme il dafarsi. Dopo un’oretta
mi raggiunge Miguel che ha con se uno spezzone di corda. Così
assicurato, almeno psicologicamente, ho
potuto finalmente toccare la cima. Sono le 9.30. Pacche sulle
spalle, le foto di rito e poi giù verso casa. Sono felicissimo
e mi sento in forma. Smonto la tenda del campo 4 e parto per il campo1.
Sono solo in questa discesa e cosi posso gustarmi in pieno la bellezza
di questa montagna. Il sole sta calando e mi sdraio in cima alla “banana
rige” assaporandomi gli ultimi tiepidi raggi. Una meritata pausa
prima di tuffarmi lungo le quindici doppie che mi depositeranno ai
piedi della parete. La tenda del campo1 è sempre li, non mi
resta che infilarmi nel saccopiuma e buonanotte a tutti!
Martedì 27 luglio
Sono solo le sei del mattino quando Paolo si affaccia alla mia tenda. E’ salito per aiutarmi a portare tutto il materiale al CB. Una sorpresa davvero inattesa. Gli amici si vedono anche da questo. Carichi come i muli ci avviamo verso il basso. Non vi racconto tutto quello che ci è successo durante il tragitto, lo riserverò per “oggi le comiche”. Comunque verso le 15.00 riusciamo a venirne a capo di questo ghiacciaio. Una torta preparata dal mio cuoco fa bella mostra di se sulla tavola della tenda mensa. Bella, a forma di GII e tutta ricoperta di glassa bianca, peccato poi scoprire che è fatta di maionese con lo zucchero. Non si può certo dire che era buona, ma bella sicuramente.
Mercoledì
28 luglio
Non resta che preparare i bidoni, domani si parte. I portatori arrivano pian piano, alla spicciolata, in gruppetti solitari. Il tempo è gia cambiato, basta cieli azzurri e tersi. Nuvole e neve, neve e nuvole, ma non mi importa più niente ormai. Ora sono sereno e mi costruisco pure un pupazzo di neve con occhiali da sole e berrettino e chissenefrega se domani nevicherà ancora!
29 - 30 - 31 luglio
Sono finalmente a Skardu. Doccia !





